Gli agognati 800 milioni per la banda larga non ci sono più. Il piano Romani è di fatto fallito e per il titolare dello Sviluppo Economico c'è da incassare il blitz di Giulio Tremonti che, stando alla nuova bozza della legge di stabilità, ha
dirottato al Tesoro l'intero extragettito da 1,6 miliardi derivato dall'asta per le frequenze e di cui una quota fino al 50% sarebbe dovuta restare a disposizione del settre delle telecomunicazioni.
Un nuovo protagonista eccelletente vuole però portare la fibra in Italia. Anche se non si va verso la fine del digital divide, ma probabilmente verso un rafforzamento. Mentre la legge di stabilità prevede che i 770 milioni destinati all’Internet veloce vadano al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e all’istruzione, dal convegno di Capri organizzato da Between (classico appuntamento per fare il punto sull’evoluzione della banda larga)
Vito Gamberale, numero uno del fondo F2i (Fondo Italiano per le Infrastrutture, fra i cui sponsor ci sono diverse banche italiane e Merryl Lynch),
ha annunciato che si punta a ripetere l’esperienza di Metroweb anche in altre città italiane.

Metroweb è l’azienda che ha cablato Milano e possiede oltre 5.000 km di fibra ottica.
F2i ha acquisito in giugno la società al prezzo di 400 milioni di euro e ora punta a creare una “newco” per ogni città dove lancerà il suo progetto: Bergamo, Brescia, Genova e Piacenza sono i centri indicati da Gamberale, che vuole stringere partnership con le utilities locali.
Alla fibra di Metroweb potrebbe inoltre aggiungersi quella di Iren, la società frutto della fusione tra le municipalizzate di Torino e Genova, e l’emiliana Enia. L’obiettivo è di costituire un paio di società l’anno. F2i però si muoverebbe in aree ad alta densità di mercato, nulla a che vedere con le zone dove si concentra il digital divide.
Il numero uno di F2i ha quindi ipotizzato per il suo fondo anche
un ruolo importante per lo sviluppo dell’Ngn, delle reti di nuova generazione. “La spinta per le connessioni a 100 Megabit – ha dichiarato Gamberale in un’intervista al Sole 24 ore - arriverà dall’utenza business. E in queste condizioni uno sbocco naturale potrebbe essere, in aree selezionate come i distretti industriali, un player infrastrutturale puro come Metroweb che faccia gli investimenti fino alla borchia del palazzo e affitti la fibra spenta ai vari provider”.
A Telecom l’idea piace e da Franco Bernabè, che non dimentica certo il rame, è arrivata una sorta di approvazione a procedere: “ha tutta la nostra adesione. Quello della fibra – ha esteso il concetto il numero uno dell’ex operatore monopolista - è diventato però un fatto ideologico. Fibra e rame coesisteranno. Telecom posa 200mila km di fibra ogni anno che sono un capitolo di spesa dei tre miliardi che investiamo annualmente nella rete. Senza contare poi che le performance garantite dal rame stanno crescendo e che tecnologie come il vectoring consentiranno senza troppi problemi di raggiungere i 100 Mbit”.
Secondo
Paolo Bertoluzzo, Ad di Vodafone Italia, il passaggio dalla fibra al rame deve essere invece condotto con gradualità con una società che sia neutrale. Proprio come Metroweb. Però a tre condizioni. Si deve partire dai luoghi dove c’è domanda, e quindi grandi città e distretti. Poi deve esserci una progressiva migrazione alla fibra di tutti i clienti “per non fare una rete che sia solo per pochi”. Infine, la rete deve essere aperta a tutti gli operatori secondo il concetto “o tutti fuori o che sia possibile per tutti entrare”.
Fibra o rame che sia, l’iniziativa del fondo F2i contribuisce nella sostanza a seppellire il piano Romani, che del resto già aveva ricevuto la bocciatura di Telecom e Fastweb. Soprattutto il parere negativo della società guidata da Bernabé ha decretato la fine dell’idea di creare una società pubblico-privato alla quale avrebbero dovuto partecipare tutti gli operatori. E per lo sviluppo della banda larga in Italia siamo di nuovo al punto di partenza.