Le aziende italiane conoscono i nuovi strumenti, e relativi benefici,
dell’era 2.0? Ne sfruttano appieno le opportunità? Quante riescono a
fare quel salto di qualità nelle perfomance aziendali che caratterizza
alcuni casi eccellenti? A queste domande ha provato a rispondere
la nuova ricerca dell’Osservatorio Enterprise 2.0 della School of
management del Politecnico di Milano che ha censito, per analizzare le
iniziative in corso e i loro impatti sull’organizzazione, 113 Chief
Information Officer delle principali aziende italiane e oltre 130
Responsabili delle Direzioni aziendali (Marketing, Commerciale,
Comunicazione interna, Operations, Acquisti, Amministrazione e
controllo).
“È il tempo del fare” è il titolo dell’Osservatorio di
quest’anno e per passare dalle parole ai fatti occorre impostare la
governance facendo particolare attenzione alla partecipazione del
management di business, che deve comprendere come sia possibile creare
valore e ottenere benefici concreti sui processi.
Poi, si legge
nella ricerca, bisogna inserire nuovi ruoli e professionalità in grado
di accompagnare e gestire il cambiamento organizzativo, fornire
strumenti di immediata utilità operativa e in grado di integrarsi con le
logiche dei processi di business, andando ad arricchirli di
funzionalità sociali con l’obiettivo di migliorarne le prestazioni,
sfruttare il potenziale di “presa” sugli utenti di smartphone e tablet, e
definire un percorso di evoluzione degli strumenti “che accompagni lo
sviluppo della cultura organizzativa, ascoltando il personale per capire
quali possano essere gli elementi maggiormente motivanti per abilitare
dinamiche sociali e di collaborazione”.
“Oggi il termine
enterprise 2.0 – spiega Emanuele Madini del Politecnico di Milano – è un
termine un po’ passato di moda, ma i concetti di base sono sempre
presenti”. Anzi, si sono rafforzati e si fanno largo seppure con
lentezza. “Inizialmente l’hype sull’E 2.0 è stato forte – aggiunge
Isabella Gandini che con Madini fa parte del team di ricerca della
School of Management - ma per portare avanti i progetti poi c’è bisogno
di un forte impegno del vertice, capacità di governance”.
E proprio sulla governante si incagliano molte aziende.
Osservatorio Enterprise 2.0 - Ambiti enterprise 2.0 analizzati
Un
fatto che spiega perché la parte collaborativa e di supporto alla
mobilità prende più piede rispetto di quella relazionale che impatta in
modo più pesante su policy, cultura e regole aziendali. “In più se per
l’Ucc è facile comprendere benefici e i ritorni – aggiunge ancora
Gandini - è sicuramente più complicato dimostrarlo per l’utilizzo dei
social network che impattano su driver difficilmente quantificabili”.
La
Unified communication & collaboration rappresenta spesso il passo
iniziale che può portare verso attività maggiormente orientate al social
o strumenti wiki per arricchire i flussi comunicativi. “Oltre al forte
impegno del management - sottolinea Madini - è poi necessario puntare
sui champion interni che facciano da cassa di risonanza”. Ci vogliono,
dunque, spalle forti a cui appoggiarsi che possono essere rappresentate
da qualche line di business più propensa di altre a indirizzarsi verso
il nuovo mondo dell’Enteprise 2.0.
Più che la struttura a
cambiare è il modo di lavorare, di interagire con le persone. Gli
impatti con clienti e fornitori posso essere radicali. Tutto questo si
innesta con il nuovo trend del mobile visto che gli strumenti per il 2.0
ormai devono comprendere tutto l’armamentario del mondo in mobilità. La
ricerca dice che l’E 2.0 si sta avviando alla maturità, che è un
fenomeno da grandi organizzazioni, anche se non mancano gli esempi di
Pmi più avvedute. Ma si tratta di casi spontanei, frutto di situazioni
particolari.