Senza l'X-Factor non si può lavorare in Apple?

di Filippo Di Nardo
pubblicato venerdì 17 febbraio 2012

In Germania il personale degli Store accusa la casa di Cupertino di imporre condizioni di lavoro troppo dure e si organizza in rappresentanze sindacali. In Italia non si registrano problemi di questo tipo ma c’è il caso, dell’autunno 2010, dei licenziamenti senza motivazioni nel negozio di Grugliasco. E il dibattito, sui requisiti necessari per essere al servizio della Mela, rimane aperto.

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Il marchio Apple evoca qualità, innovazione, anticipazione del futuro. Coloro che acquistano i prodotti della “mela morsicata” non sono semplici clienti: sono fan, o meglio ancora adepti. Il rapporto tra azienda e utenti, nel fenomeno creato dallo scomparso Steve Jobs, è quasi messianico.
La stessa qualità di prodotto, tuttavia, riguarda anche l’organizzazione e le condizioni di lavoro che producono quella tecnologia di qualità? Da un pò di tempo a questa parte il mito Apple sembra vacillare per colpa di chi per la Apple lavora. E sotto gli occhi di tutti ci sono le accuse piovute sul capo della casa di Cupertino da chi ha preso a cuore le sorti dei dipendenti di quel colosso manifatturiero tecnologico che è la cinese Foxxcom (un milione e 200 mila dipendenti), che produce e assembla gli i-Phone e gli iPad oltre a vari prodotti hi-tech.

Ma non ci sono solo le denunce sulle gravi condizioni di lavoro alla Foxxcom, in cui in questi anni si sono verificati numerosi suicidi, come denunciato più volte dal China Labor Wach nei suoi rapporti e rilanciato dalla recente inchiesta del Times. La questione si sta allargando a macchia d’olio e riguardo non solo l’ambito produttivo manifatturiero ma anche il retail: i famosi Store in cui i prodotti Apple sono venduti.

È notizia di oggi, battuta dalle principali agenzie di stampa italiane, che in Germania i dipendenti dei negozi ufficiali della Mela alzano la voce nei confronti della multinazionale californiana, rea di imporre dure condizioni di lavoro. La denuncia arriva da Victoria Sklomeit, una rappresentante del potente sindacato dei servizi tedesco (Ver.di). L’accusa è chiara: negli otto Apple Store tedeschi i dipendenti (che hanno deciso di costituire la prima rappresentanza sindacale a Monaco) sarebbero continuamente esposti allo stress, costretti a turni straordinari e non protetti contro i rischi che provengono dalla rumorosità degli stessi Store.

Anche la situazione in Italia, a ben vedere, non sembra tutta rose e fiori. La vicenda dell’Apple Store di Grugliasco (in provincia di Torino) risalente all’ottobre 2010 sembrerebbe confermare che la filosofia del lavoro alla Apple qualche interrogativo lo pone. La storia fu documentata dal Corriere della Sera e dalla Stampa e interessava tre dipendenti del negozio piemontese, la cui esperienza professionale terminò con il licenziamento prima che finisse il periodo di prova. Fin qui tutto nella norma. Il punto, che ha lasciato a suo tempo perplessi, è nelle modalità del licenziamento. 







“Il problema – spiegava al Corriere uno dei licenziati, Marco Savi, 42 anni,– è che nessuno si è degnato di darci una motivazione valida. Mi hanno solamente detto che non rivolgevo ai clienti un saluto caloroso e che non ero allineato al pensiero Apple. Ci hanno addirittura chiesto – ha aggiunto Savi - di uscire dalla porta posteriore”. Stessa storia per Alessandro Montagner, 22 anni, studente, anche lui licenziato prima che finisse il periodo di prova: “un giorno sono stato convocato in ufficio e mi hanno annunciato l’intenzione di non riconfermarmi. Nessuno mi ha spiegato i motivi”.


Sindacatonetworkers.it ha provato a sentire direttamente qualche dipendente degli Apple Store in Italia chiamando ai centralini degli Store di Firenze, Milano, Caserta e Bologna e la risposta dall’altra parte della cornetta è stata pressoché univoca: “non possiamo dire nulla, contattate la società o il nostro ufficio stampa”. Ovviamente, non ci aspettavamo al telefono reazioni particolari, ovvero dichiarazioni di conferma di una situazione negativa negli Store italiani, ma non ci hanno nemmeno detto il contrario.

Quindi, ricapitolando, se si vuol lavorare in un Apple Store o in generale in questa multinazionale sembra che si debba possedere nel proprio curriculum vitae una caratteristica molto precisa: l’Apple Factor, altrimenti ribattezzato l’X-Factor.

Di cosa si tratta? Lo si può intuire dalle dichiarazioni attribuite a Ron Johnson, ex vice presidente delle attività retail di Apple: “quando un utente entra in un Apple Store viene accolto in un ambiente familiare dove i dipendenti non sono spinti a vendere a tutti i costi, ma a consigliare l’utente. Il dialogo avviene con toni simpatici, quasi in un clima di amicizia, spingendo l’utente a non tradire quel legame e ritornare nel negozio in caso di necessità”. Probabilmente è questo l’Apple Factor, soprattutto per ciò che riguarda la relazione con il cliente.

Ma qual’è, invece, la parte del fattore Apple che ispira l’organizzazione del lavoro negli Store, nella Company e nella produzione manifatturiera? In questo caso, forse, per adesso è più appropriato parlare di X-Factor, di incognita. Alcuni segnali, raccolti sporadicamente, raccontano di qualche sciopero in America per presunti straordinari non pagati e in Rete qualcuno ricorda anche la filosofia di Jobs che, sembra, “chiedesse ai suoi programmatori turni di lavoro che non comprendano il sonno”.


A cura di Sindacatonetworkers.it

 
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