Google e Mastercard avrebbero siglato un accordo “segreto” per scambiarsi i dati degli acquisti online e offline dei consumatori. La bomba l’ha lanciata Bloomberg con uno scoop, nel quale viene descritta la presunta pratica che, con i riverberi dello scandalo Cambridge Analytica ancora nell’aria, rischia di aprire un nuovo dibattito sulla privacy nell’era del Web. Secondo l’agenzia, l’anno scorso alcune aziende che ricorrono alle piattaforme di Big G per la propria pubblicità online avrebbero avuto accesso a dati anonimizzati delle transazioni effettuate da clienti Mastercard nei punti vendita al dettaglio. Google avrebbe pagato profumatamente l’emittente di carte di credito per acquistare queste informazioni, relative soltanto a cittadini statunitensi, per poi girarle ai propri inserzionisti di fiducia.

Le società avrebbero avuto così il modo di verificare se le pubblicità erogate dai servizi di Mountain View si fossero poi concluse in un acquisto concreto offline. Un metodo efficace per testare sul campo la validità delle piattaforme di Google, come Adsense e Adwords. Secondo quanto ricostruito da Bloomberg, nessuno dei milioni di clienti di Mastercard sarebbe a conoscenza di questo vero e proprio tracciamento, semplicemente perché la compagnia non l’avrebbe mai rivelato pubblicamente.

Inoltre, una delle voci dell’accordo multimilionario prevedeva inizialmente anche la suddivisione dei proventi generati dalle inserzioni online. Una portavoce di Big G contattata dall’agenzia ha però smentito l’esistenza di qualsiasi partnership inerente la spartizione del fatturato, ma la multinazionale non ha potuto negare l’esistenza di un sistema di tracciamento degli acquisti al dettaglio grazie a collaborazioni in essere con diversi partner.

Il tracking, a quanto si apprende, sarebbe integrato nel servizio Store Sales Measurement, lanciato l’anno scorso, che darebbe accesso ai dati di circa il 70 per cento delle carte di credito e di debito negli Stati Uniti. “Prima di lanciare questo prodotto abbiamo sviluppato una tecnologia crittografica in doppio cieco, che impedisce sia a Google sia i nostri partner di visualizzare qualsiasi informazione personale degli utenti”, ha spiegato la portavoce dell’azienda californiana.

 

 

La società ha poi aggiunto che è possibile disattivare il tracciamento ricorrendo agli strumenti di gestione in “Attività web e app”, gli stessi che permettono di interrompere il monitoraggio costante della posizione geografica delle persone effettuata dai dispositivi Android. Ma siamo pronti a scommettere che ben pochi utilizzatori dei servizi di Big G sappiano di questa possibilità.

Neanche Mastercard ha voluto replicare allo scoop di Bloomberg, ma un portavoce del gruppo ha spiegato come la compagnia condivida con commercianti e partner le “tendenze sulle transazioni”, allo scopo di migliorare “l’efficacia delle loro campagne pubblicitarie”. “Non forniamo né dati personali né informazioni riguardanti le transazioni individuali. E non somministriamo insight che traccino o misurino l’efficacia delle inserzioni”, ha commentato Seth Eisen. I database racchiuderebbero “soltanto” i volumi di vendita e i valori medi degli acquisti.

I due colossi hanno dunque minimizzato la portata delle rivelazioni di Bloomberg, supportati dal fatto che tutti i dati vengono resi anonimi e analizzati in cluster. E ci mancherebbe. L’inchiesta ha fatto però storcere il naso a diversi osservatori. È il caso, ad esempio dell’Electronic Privacy Information Center (Epic): “Le persone non si aspettano che quello che comprano in un negozio venga collegato all’onnline”, ha sottolineato Christine Bannan. Le aziende “non si assumono sufficienti responsabilità nell’informare gli utenti sui loro diritti”.