Semaforo rosso dal Mit per Huawei e Zte. Il prestigioso Massachusetts Institute of Technology ha deciso per ora di tagliare completamente i ponti con le due aziende cinesi, a causa di “indagini federali in corso sulla violazione dell’embargo” imposto dagli Stati Uniti ad alcuni Paesi, fra cui l’Iran. “Il Mit non accetta al momento nuovi accordi e ha deciso di non rinnovare le collaborazioni esistenti con Huawei e Zte, né con le loro sussidiarie”, hanno scritto Maria Zuber e Richard Lester, rispettivamente vicepresidente per la ricerca e associate provost dell’istituto. Ma, oltre alla Cina (e a Hong Kong), la revisione degli accordi siglati dall’ateneo tecnico statunitense coinvolge anche i progetti in corso con due Paesi: Russia e Arabia Saudita. “Tutte le iniziative che prevedono il finanziamento da persone o entità provenienti da questi Stati, così come il lavoro di docenti e studenti lì presenti, saranno esaminate con maggior rigore”.

In particolare, un’attenzione speciale verrà data ai rischi riguardanti la proprietà intellettuale, i controlli sull’esportazione, la sicurezza dei dati e l’accesso, la concorrenza economica, la sicurezza nazionale e politica, i diritti civili e umani, così come qualsiasi “potenziale impatto sulla comunità del Mit, la conformità ai valori del Mit e l’allineamento con la sua mission accademica”.

L’altolà del Massachusetts Institute of Technology è un nuovo colpo alla credibilità internazionale di Huawei e Zte e rappresenta un ghiotto assist per Donald Trump. Il presidente Usa la scorsa estate ha deciso di bandire completamente le due aziende dagli appalti per la fornitura di apparecchiature alle agenzie governative. A marzo Huawei ha fatto causa a Washington, sostenendo che il bando sia incostituzionale.

Il Mit non è l’unica università a stelle e strisce ad aver temporaneamente interrotto i rapporti con le due società cinesi. Stanford e la University of Minnesota hanno preso questa direzione nelle settimane scorse, mentre Princeton ha già dichiarato di non voler più accettare finanziamenti da Huawei e la Cornell ha intensificato i controlli sui progetti per verificare che non venga messa a rischio la sicurezza dei dati. Si tratta quindi di alcuni fra i più prestigiosi atenei statunitensi (e del mondo), che evidentemente non vogliono mettersi di traverso alle posizioni di Trump, con il rischio di perdere i finanziamenti federali.

In queste ore Zte ha pubblicato un white paper in cui descrive le pratiche adottate per fornire ai clienti “una garanzia di sicurezza per prodotti e servizi”. Le operazioni dell’azienda, che sta faticosamente riprendendosi dopo lo stallo causato nel 2018 da un altro bando imposto dall’amministrazione Trump, si basano su sei pilastri: standardizzazione, attuazione rigorosa delle pratiche di cybersecurity, supervisione completa, tracciabilità, piena trasparenza e volontà di ottenere la fiducia dei clienti grazie anche a certificazioni terze.