L’ossessione di Donald Trump per Jeff Bezos sembra aver prodotto i suoi risultati: la Corte Suprema, con cinque voti favorevoli e quattro contrari, ha approvato l’applicazione delle sales taxes al settore dell’e-commerce. Questa manovra, che favorisce gli Stati e i negozi fisici, destabilizza notevolmente lo sviluppo dello shopping online: da oggi le aziende che fanno commercio elettronico dovranno pagare le tasse a tutti gli Stati in cui vendono, ovvero dove risiedono clienti, indipendentemente dall’effettiva presenza fisica di una sede sul territorio.

 

La decisione costa caro alle grandi aziende dello shopping online: Amazon perde l’1% ed eBay il 2%, ma Wayfair cala addirittura del 4% e Overstock.com del 7%. Effettivamente, la società di Bezos paga già le sales taxes sui prodotti che vende in via diretta, ma da adesso sarà costretta a raccogliere i tributi anche dai commercianti che si avvalgono della piattaforma per i loro scambi.

 

Era stata una sentenza del 1992 a decretare l’esenzione dalle tasse per coloro che vendessero online ma non fossero presenti fisicamente. Da allora i commercianti fisici, sia della piccola sia della grande distribuzione, hanno risentito della disparità di trattamento, a detta di molti iniqua. Il giudice Anthony Kennedy, saggio della Corte Suprema, ha spiegato che rispetto al 1992 il mondo è notevolmente cambiato: all’epoca, gli ordini postali portavano a un giro d'affari di 180 miliardi, mentre nel 2017 le vendite online sono arrivate a valere 435,5 miliardi di dollari. E a pagare per la decisione di rendere l'e-commerce esentasse sono stati i piccoli e grandi retailer, oltre che il settore dell’edilizia, a causa del crollo delle costruzioni di grandi centri commerciali. Il pagamento delle tasse da parte dei venditori online mira quindi a rivalorizzare il commercio fisico e ad aumentare il gettito fiscale degli Stati nordamericani.

 

 

 

 

Ma la sentenza non era inaspettata: l’attenzione morbosa di Trump per la compagnia di Bezos risale a molti anni fa, ancor prima delle elezioni, quando il Washington Post, acquistato dal fondatore di Amazon nel 2013, accolse tutt’altro che positivamente la candidatura dell’imprenditore newyorkese alle presidenziali. Da allora la vicenda procede a colpi di articoli velenosi e tweet taglienti, con il Washington Post che, in cima alla testata, sfoggia la frase “La democrazia muore nelle tenebre” e con Trump che cerca di trovare pretesti per attaccare la compagnia di Seattle e il suo fondatore. Uno degli ultimi episodi risale a marzo, quando l’annuncio della tassazione da parte del tycoon fece perdere parecchi miliardi di dollari a Bezos e alla sua azienda, il cui titolo a Wall Street bruciò oltre 40 miliardi del proprio valore.

 

La sentenza comunque arriva in pieno stile Donald Trump. Da una parte, i grandi colossi delWweb puntano il dito contro la Corte Suprema, considerata non competente in merito alla regolazione del commercio tra gli Stati, materia considerata invece di pertinenza del Congresso. E non sarebbe d’altronde la prima volta che una decisione del presidente repubblicano viene considerata frutto di un abuso di potere. Dall’altra parte invece, la decisione è solo un altro dei tanti provvedimenti da aggiungere alla lista di riforme protezioniste della presidenza Trump. È atteso per fine settimana un provvedimento della Casa Bianca che limiterà gli investimenti cinesi in aziende di tecnologia statunitensi. Secondo il Wall Street Journal, il presidente vorrebbe frenare il piano “Made in China 2025”, con il quale Pechino mira alla leadership globale in almeno 10 settori dell’high tech.

 

A pagare le conseguenze di quest’ultima sentenza comunque saranno i consumatori, che assisteranno impotenti all’aumento dei prezzi sul web. Meno certi sono invece gli effetti per l’e-commerce: il timore è che l’impatto sulle aziende di Internet sarà tale da minare allo sviluppo di un settore che, nel 2017, coinvolgeva il 77% della popolazione americana.