Amazon non ha pagato tasse per un anno intero negli Stati Uniti, ma è tutto regolare. Non ci saranno indagini fiscali o multe, perché il colosso dell’e-commerce e del cloud computing ha potuto evitare versamenti grazie a detrazioni e rimborsi, che anzi hanno portato la bilancia a pendere il suo favore.  In realtà l’azienda di Jeff Bezos ha fatto il proprio dovere formale, corrispondendo le tasse dovute, ma ha ricevuto in cambio più di quanto versato: 129 milioni di dollari in più. Lo ha riferito lInstitute on Taxation and Economic, organizzazione no-profit che si occupa di analisi fiscali, e la notizia è stata poi confermata dalla società di Seattle.

 

Tutto questo è stato possibile perché l’aliquota sui redditi societari, già ridottasi dal 35% al 21% in seguito alla riforma fiscale di Donald Trump, per Amazon è scesa fino al -1% grazie alle detrazioni e agli incentivi previsti dalla riforma stessa per le aziende che investano in ricerca e sviluppo. Ha sfruttato, inoltre, un meccanismo chiamato “compensazione in forma di azioni”, per il quale ha potuto sottrarre al valore delle entrate le azioni Amazon messe in vendita da dipendenti e dirigenti. In sostanza, trasformandole in una voce di spesa, si aumenta la cifra da sottrarre alle entrate per ottenere il reddito imponibile, dunque quest’ultimo cala e calano anche le tasse.

 

Ironico che tutto ciò sia stato possibile grazie a una manovra fiscale voluta da uno dei più severi critici del’iimpero di Jeff Bezos e specie del modello di business del suo e-commerce. Non è un mistero, in realtà, che la vera spinta nel fianco dell’inquilino della Casa Bianca sia l’orientamento politico del Washington Post, di cui Bezos è editore (come si è visto anche nel recente scandalo a base di ricatti e foto intime dell’amministratore delegato più ricco al mondo).

 

Se anche è tutto regolare, di certo fa impressione apprendere che un gigante da 11,2 miliardi di dollari di utili (nel 2018) non abbia di fatto contribuito alle casse del fisco. Se non altro Amazon è una calamita per l’export (considerando come esportazioni i suoi servizi, incluso il cloud) e un potente motore di occupazione, tra assunzioni dirette e indotto. Il fallimento del progetto del quartier generale newyorkese, non più destinato a sorgere nel Queens, risparmierà alla Grande Mela l’onere di donare ad Amazon di 3 miliardi di dollari di sussidi. Ma quel fallimento, festeggiato da politici, legislatori locali e residenti, ha anche fatto sfumare l’occasione di creare 25mila posti di lavoro diretti, senza contare l’indotto.

 

 

Ora, dopo le chiacchiere sulle foto osé di Jeff Bezos e dopo le discussioni sull’HQ2 che a New York non s’aveva da fare, Amazon ha cercato di smorzare le nuove polemiche sottolineando tramite la suo portavoce istituzionale, Jodi Seth, di aver “sempre versato tutte le tasse che le sono state richieste negli Stati Uniti e in ogni Paese dove opera, compresi i pagamenti di 2,6 miliardi di corporate tax e i 3,4 miliardi di spese fiscali negli ultimi tre anni”. Dal 2011 a oggi, inoltre, la società ha investito negli Usa una cifra pari a 160 miliardi di dollari. D’altra parte, se vogliamo scandalizzarci per la fortuna di Amazon, dobbiamo farlo anche per altre società già favorite da un’aliquota al 21% (di appena un punto superiore a quella prevista per i cittadini a basso reddito) e dal sistema di detrazioni e incentivi. Stando ai calcoli dell’Institute on Taxation and Economic, nemmeno Netflix l’anno scorso ha pagato tasse sul reddito nonostante gli 845 milioni di dollari di profitto.