Questa volta è Amnesty International a puntare il dito contro Google e Facebook, definendoli come “giganti della sorveglianza” che raccolgono e utilizzano i dati per svariati scopi, con sistematica violazione della privacy e dei diritti umani. Accusa forte quella contenuta in un report da sessanta pagine prodotto dall’associazione e titolato, appunto “Surveillance giants”. E non si tratta di occasionali violazioni (come la “svista”, per così dire, di Facebook su Cambridge Analytica, giustificata all’epoca da Mark Zuckerberg come una negligenza sui controlli) bensì di una conseguenza diretta del modello di business delle due società tecnologiche. In sostanza, a detta di Amnesty, Facebook e Google si reggono sulla sorveglianza di massa.

 

Innegabile è la diffusione delle piattaforme e dei servizi erogati da questi due colossi: ci mettono in pericolo, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno. Come evidenziato nel report, circa un terzo dell’umanità utilizza ogni giorno Facebook, Messenger, Whatsapp o Instagram (ma spesso più di uno di questi servizi), mentre transita da Google Search il 90% delle ricerche online eseguite su scala mondiale. Senza contare che YouTube, oltre a essere la prima piattaforma video del Web, è anche il secondo motore di ricerca più usato. Se a tutto questo aggiungiamo anche Android, ecco che il quadro dell’onnipresenza del gruppo Alphabet nelle nostre vite è completo.

 

 

Il “patto col diavolo”
Il modello di business di Facebook e Google, si legge nel report, obbliga le persone a stringere un “patto faustiano”: per poter usufruire di diritti umani online (per esempio, il diritto all’informazione o a la libertà di espressione), dobbiamo rinunciare a una parte dei nostri diritti umani offline. Assistiamo a “un assalto al diritto alla privacy di proporzioni inedite, e a una serie di effetti a catena che minacciano seriamente vari diritti, dalla libertà di espressione e opinione alla libertà di pensiero e al diritto alla non-discriminazione”.

 

Nel concreto, la sorveglianza viene esercitata con molteplici strumenti: cookie, analytics, algoritmi di machine learning che filtrano contenuti e influenzano il tipo di informazione a cui gli utenti hanno accesso, profilazione dell’audience in base a criteri come la razza, la religione e gli orientamenti sessuali. Manipolazione ideologica e politica, discriminazioni e censura sono possibili conseguenze. 

 

 

 

 

Una responsabilità condivisa
L’associazione invoca dunque un intervento dei governi e delle istituzioni, affinché si riesca a regolamentare e arginare lo strapotere dei due “giganti”. Ma allo stesso tempo anche i singoli cittadini hanno una responsabilità. “Noi di Amnesty dipendiamo da queste piattaforme non meno di quanto facciano le grandi corporazioni, i partiti politici e le aziende locali per poter raggiungere, coinvolgere e far crescere la loro utenza”, ha scritto Osama Bhutta, direttore della divisione marketing e comunicazione della Ong. “Che opzioni abbiamo? Non si tratta più semplicemente di pubbliche piazze. Sono strade principali e distretti del business. Potranno diventare i nostri medici chirurghi e le nostre banche”, prosegue Bhutta, alludendo alle ultime iniziative delle due aziende nei campi dell’healthcare e dei servizi di pagamento. 

 

Google è attualmente sotto indagine nello Stato di New York per il “progetto usignolo”, una ancora nebulosa iniziativa di analisi di dati sanitari, nata in seno a una collaborazione con il cliente Ascension. Da indiscrezioni, poi confermate, sappiamo inoltre che l’azienda progetta di lanciare già l’anno prossimo un servizio di conto corrente online, per il quale naturalmente attingerà a piene mani dall’intelligence posseduta sui dati di miliardi di persone. La società di Menlo Park, invece, ha da poco annunciato il servizio di pagamento digitale Facebook Pay ed è ancora intenzionata, nonostante le mille contestazioni, a far debuttare Libra nel 2020.