A consumatori sempre più esigenti si deve rispondere adottando metodi e tecnologie all’avanguardia, senza smettere di innovare. L’alternativa è perdere terreno e, in certi casi, scomparire addirittura dal mercato. Una delle chiavi di volta è lo sviluppo delle applicazioni, che permettono alle aziende di “coccolare” nel modo migliore i clienti. “Al giorno d’oggi, alcune realtà che operano in certi settori, come il bancario, dispongono di più programmatori di molte grandi multinazionali del software”. Ad affermarlo è Marco Comastri, general manager e presidente a livello Emea di Ca Technologies, che in qualche modo ribalta il senso comune che vuole le software house come il nido per eccellenza dello sviluppatore. Non è più così: la rivoluzione digitale ha ormai abbracciato inesorabilmente tutti i comparti, da quello finanziario al retail, passando per l’automotive. E uno degli aspetti più dirompenti della digital transformation, la cosiddetta application economy, sta portando molte realtà a vivere un successo insperato, ma ha ormai fatto piazza pulita di molte altre.

“Siamo nell’era del darwinismo digitale”, sottolinea Comastri, “il 64% delle nuove app è progettato per generare fatturato, non più soltanto per offrire servizi al cliente”. È palese che, con un cambio di paradigma così radicale, le compagnie abbiano dovuto in qualche modo adeguarsi per sopravvivere. Non tutte ce l’hanno fatta, se è vero che tra le corporation che rientravano nella lista Fortune 500 nel 2000, solo il 48% era ancora in attività l’anno scorso. È innegabile che la selezione darwiniana è stata portata avanti, per la maggior parte dei casi, dalla rivoluzione digitale.

Le caratteristiche necessarie per competere sui mercati moderni sono diverse ma, in qualche modo, ruotano quasi sempre attorno al software. Lo ha evidenziato proprio Ca Technologies, con una ricerca condotta insieme a Oxford Economics interpellando duecento manager d’impresa e dell’It – in settori economici differenti – tra Europa, Stati Uniti e Asia. A fronte della crescente dipendenza dal codice, diventa obbligatorio ridurre i tempi per lanciare applicazioni di elevata qualità.

 

Fonte: Oxford Economics

 

Per questo, il 43% degli intervistati ritiene che il passaggio a un’azienda “software-driven” rappresenti già oggi una leva fondamentale per preservare il vantaggio competitivo. Guardando ai prossimi tre anni, il dato sale addirittura al 78%. La pervasività del software andrà a coinvolgere tutti i settori possibili: dalle performance finanziarie all’interazione con i clienti, toccando persino campi come le strategie di assunzione del personale e i rapporti con i fornitori. I due fattori strategici indicati come pilastri dalle imprese rimangono comunque una maggiore agilità e un time-to-market più rapido. In tre anni, infatti, il 23% delle società otterrà oltre la metà del proprio fatturato dalle app.

Ovviamente, nuove tecnologie richiedono nuovi talenti. “Abbiamo notato una tendenza significativa”, commenta John Reiners, managing editor, thought leadership a livello Emea di Oxford Economics. “In un caso su due le imprese stanno diminuendo i tassi di outsourcing e iniziano a riportare la sviluppo software nuovamente in-house. Sono necessari però ulteriori cambiamenti culturali nell’approccio alla trasformazione”.

Innanzitutto, si devono migliorare i processi, o almeno la pensa così il 58% degli intervistati. Seguono una maggiore collaborazione tra le funzioni aziendali (56%) e nuove capacità della forza lavoro (52%), che devono combaciare con le rinnovate esigenze di business: data science, networking, sviluppo Api e DevOps.

La necessità primaria è, comunque, soddisfare al meglio il cliente. Secondo la ricerca, infatti, il 54% sta elaborando nuove strategie di interazione con l’utente finale, che in primo luogo passano per un miglioramento della user experience delle applicazioni. Senza dimenticare il valore dei dati, con cui è possibile offrire un servizio personalizzato e su misura. I manager interpellati da Ca Technologies ritengono che le tipologie di direct marketing adottate in azienda siano efficaci, ma solo pochi – il 22% del campione – dichiarano di riuscire a tracciare tutte le informazioni dei clienti. E, soprattutto, di farle fruttare appieno.

 

Fonte: Oxford Economics

 

Ma i dati vanno utilizzati con estremo rigore. La loro tutela è una regola fondamentale, tanto che le aziende stanno allocando budget sempre più generosi e nell’acquisto di strumenti nuovi per assolvere a questo obbligo. Il 60% dei manager intervistati ha risposto di spendere ogni giorno di più per mettere sotto chiave in maniera efficace le informazioni dei clienti. Una percentuale ancora maggiore, invece, investe nella protezione dei dati aziendali interni.

 

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