La nuvola di Amazon Web Services parla finalmente anche italiano. L’azienda ha annunciato l’apertura di una nuova regione cloud nel nostro Paese per l’inizio del 2020. Basata a Milano, la region comprenderà tre zone di disponibilità e sarà la sesta “area” cloud europea della multinazionale dopo Francia, Germania, Irlanda, Regno Unito e Svezia. L’obiettivo, come sempre, sarà quello di fornire alle aziende clienti una latenza ancora inferiore in fase di accesso ai servizi sulla nuvola. Ma non solo. Imprese e organizzazioni della Penisola con ferrei requisiti di sovranità sui dati potranno archiviare le informazioni nel nostro Paese, con la garanzia di mantenere il controllo completo sulla loro collocazione. Milano è sicuramente il crocevia del Web italiano e la stessa Aws inaugurò nel capoluogo lombardo nel 2012 il suo primo Point of Presence sul nostro territorio. Il Pop oggi fornisce diversi servizi, tra cui il content delivery di Cloudfront e il Dns Route 53.

E proprio a Milano la multinazionale ha tenuto pochi giorni fa il suo primo Transformation Day italiano, per illustrare a imprese e partner come fare business con la nuvola in modo ragionato e intelligente. “Il cloud”, ha spiegato il country manager Luca Giuratrabocchetta, “non rappresenta più una scelta tecnologica, ma strategica, che aiuta le aziende a migliorare i rapporti con i clienti e ad attrarne di nuovi”.

Riducendo praticamente a zero il costo di eventuali fallimenti, perché la nuvola ha permesso di spostare gli investimenti dal capex all’opex, dando vantaggio competitivo anche ai più piccoli (e alle loro idee). “Il cloud permette di lanciare più velocemente i servizi e, se questi non funzionano, è possibile tornare indietro in pochi attimi”, ha aggiunto Giuratrabocchetta. Vista così sembra semplice, eppure si potrebbe dire che c’è modo e modo di “fare cloud”.

Il nodo delle competenze resta di primaria importanza, perché la nuvola va spiegata e vanno fatti capire pregi e difetti del paradigma. I primi passi, secondo Thomas Blood, Aws Emea enterprise strategist, sono cruciali e durante il Transformation Day sono state illustrate alcune mosse fondamentali per non sbagliare (in controtendenza rispetto ad altri eventi durante i quali si parla più di visione e di futuro, dando il cloud come qualcosa di scontato).

 

Thomas Blood, Aws Emea enterprise strategist, sul palco del Transformation Day

 

Per Blood è quindi importante agire sempre come una startup, coniugando l’agilità della nuvola alle pratiche Devops; utilizzare il giusto strumento per ogni lavoro; sfruttare se possibile funzionalità già pronte, senza imbarcarsi in lunghi e difficoltosi progetti di personalizzazione; creare un’architettura basata su microservizi; puntare su iniziative semplici e non dimenticare la regola per cui “si padroneggia meglio ciò che si è costruito”.

Seguendo queste “regole”, organizzazioni di qualsiasi dimensione possono affrontare serenamente il viaggio verso il cloud, tenendo però bene a mente anche l’orizzonte temporale dei progetti. Secondo Blood, i primi risultati dovrebbero essere visibili entro novanta giorni, riuscendo poi in 15 mesi a creare un nuovo modello di business e a portare una cultura differente in azienda.

L’enterprise in questo percorso può godere inoltre di vantaggi specifici rispetto alle startup: dalla profonda conoscenza del proprio mercato a dipendenti skillati, fino a risorse finanziarie superiori. Elementi che, insieme alla possibilità di contare su partner selezionati (al Transformation Day ne era presente una decina), possono sicuramente rendere meno indolore il “salto” sulla nuvola anche con progetti di grandi dimensioni.