12/02/2011 di Redazione

Banda larga, gara a chi la spara più grossa

Il balletto infinito della cifre stanziate per combattere il digital divide non è finito: ora si è arrivati a 100 milioni di euro. Erano 800 milioni i fondi stanziati dal Cipe, mai erogati. Prima ancora (nel 2009) si parlava di costi nell'ordine degli 1,5

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Quanti soldi verranno messi a disposizione per cancellare il digital divide - cinque milioni gli italiani che ne sono attualmente interessati – e cablare l’Italia con le reti di nuova generazione? La risposta è un terno al lotto. Perché? Perché negli ultimi due anni circa le cifre assegnate al progetto della banda larga per tutti sono state tante, troppe. Soprattutto sempre diverse. Si parlava, nel giugno del 2009, di circa 1,5 miliardi di euro, o queste almeno erano le stime a suo tempo fatte dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. Tre giorni fa lo stesso ministro si è scoperto con il braccino corto, cortissimo anzi: per eliminare entro la metà del 2012 il divario digitale bastano 100 milioni di euro di fondi pubblici.

Se per un anno le polemiche, anche politiche, sono divampate di continuo perché la disponibilità di fondi messi in Finanziaria era di 800 milioni di euro (che avrebbero dovuto essere stanziati, per il periodo 2007-2013, con la legge 69 del 2009) cosa succederà adesso? Con chi ce la si può prendere? Con Romani? Con Brunetta? La solita Telecom Italia? Ma soprattutto che fine hanno fatto i denari che secondo i piani sarebbero dovuti essere attinti dai FAS (Fondi aree sottosviluppate (Fas), previa delibera del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica)? E i 188 milioni di euro provenienti in parte dai fondi comunitari e in parte dallo Stato per le aree rurali con problemi di sviluppo? Domande, a cui dare risposta diventa un esercizio molto più complicato che scavare e posare la fibra ottica o piazzare dei ripetitori wireless o satellitari per far viaggiare la banda larga nell’etere.

Paolo Romani, Ministro per lo Sviluppo Economico

Mettiamola così. I fondi non ci sono, anzi sono congelati dal novembre 2009, da quando pose il veto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, perché le priorità erano cambiate a causa della crisi economica. È passato quasi un anno e mezzo e i fondi non ci sono ancora, anzi non ci sono proprio. E allora? L’Italia fa una magra figura al cospetto di Lituania, Estonia e Lettonia e di una quindicina di altri Paesi europei quanto a penetrazione della fibra ottica e per ironia della sorte a dirlo sono i responsabili del Consorzio Ftth Council Europe nel corso di un evento tenutosi a metà settimana (l’8 e il 9 febbraio) a Milano.

E cosa dicono gli addetti ai lavori, coloro che vivono quotidianamente di innovazione, società digitale e via dicendo? Queste le parole espresse da Luigi Gambardella, Chairman del Board di Etno (l’Associazione europea degli operatori di telecomunicazioni) proprio all’evento milanese: “i membri di Etno sono pronti a fare la loro parte affinché la strategia Europa 2020 e dell’Agenda Digitale diventi una realtà. Ma ritengono che sia necessario rispettare alcune condizioni fondamentali per incoraggiare gli investimenti nelle nuove reti. L’attuale modello economico di Internet non è più sostenibile nel lungo periodo e v aripensato. Ci troviamo di fronte ad un enorme incremento nel traffico dei dati, più del 35% sulle reti fisse e oltre il 100% sulle reti mobile, dovuto principalmente alle applicazioni di banda come quelle video. Le reti richiedono pertanto un costante potenziamento e continui investimenti. Allo stesso tempo, la pressione competitiva ha reso i servizi disponibili a prezzi sempre più bassi per gli utenti finali. L’industria ha bisogno quindi di conservare la propria capacità d’investimento. I modelli economici devono evolvere, ottimizzando gli incentivi in modo che tutti i player della catena del valore contribuiscano ad affrontare la grande sfida sugli investimenti che ci troviamo a fronteggiare". Tutto estremamente chiaro. Forse in un Paese normale

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