La Cina è il Paese che ospita le più grandi mining farm del mondo, le “miniere” che sorreggono la rete bitcoin (ma non solo) e che permettono di “estrarre” le criptovalute. Ma la situazione nelle prossime settimane potrebbe cambiare. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme di Pechino starebbe valutando una nuova legge per mettere al bando le mining farm. Il motivo sarebbe da ricercare nell’enorme quantitativo di elettricità di cui necessitano queste strutture per funzionare. La scarsa sostenibilità ambientale del processo di estrazione dei bitcoin è infatti da sempre uno dei punti deboli del protocollo. Con l’esplosione della popolarità delle criptovalute sono state effettuate diverse indagini per calcolare i consumi effettivi delle batterie di processori necessarie all’estrazione.

Per esempio, lo scorso agosto il ricercatore Arvind Narayanan dell’Università di Princeton ha sottolineato come, ogni giorno, si utilizzassero cinque gigawatt di energia per il mining: un quantitativo di corrente superiore al fabbisogno dello stato di New York. Due anni fa, invece, l’International Energy Agency elaborò un altro calcolo: se i bitcoin fossero un Paese, sarebbero il quarantesimo al mondo per consumo di elettricità.

Se dovesse passare, però, la nuova proposta di regolamentazione di Pechino cambierebbe davvero qualcosa? Al diffondersi della notizia, il prezzo del bitcoin non ha subìto variazioni significative e, nel momento in cui scriviamo, il suo valore si attesta appena sopra i 5.200 dollari, ai massimi da quattro mesi. È vero però che i rapporti fra la Cina e la più famosa tra le criptovalute sono sempre stati abbastanza travagliati.

Nell’autunno del 2017 le autorità del Dragone decisero di vietare inizialmente le Ico, bandendo poi in un secondo momento qualsiasi attività di trading sul proprio territorio. Allora il prezzo del bitcoin accusò il colpo, anche se il valore della moneta digitale inventata dieci anni fa da Satoshi Nakamoto si riprese poi in fretta arrivando a toccare a fine anno la cifra record di 20mila dollari. È probabile che, annusata l’aria, le realtà che controllano le principali mining farm decidano di spostarsi in anticipo in altri Paesi, andando a caccia delle zone dove l’elettricità costa meno e, quindi, dove estrarre bitcoin è più conveniente.