Ibm vuole 167 milioni di dollari da Groupon. In una causa che si trascina da un paio di anni in un tribunale del Delaware, Big Blue ha accusato il leader della vendita di coupon online di aver violato quattro suoi brevetti nel campo dell’e-commerce. Secondo il colosso di Armonk si tratterebbe di tecnologie fondamentali per questo mercato, che la stessa Ibm avrebbe già concesso in licenza a realtà del calibro di Google, Amazon e Facebook per un valore compreso tra i venti e i cinquanta milioni di dollari. “Il contrario di quanto fatto da Groupon”, ha commentato a Reuters John Desmarais, uno dei legali che segue Big Blue in questo contenzioso. “L’ultimo arrivato si è rifiutato di assumersi le sue responsabilità nell’utilizzo di queste innovazioni”.

Di parere ovviamente contrapposto la società di e-commerce, che accusa il rivale di aver sopravvalutato l’importanza dei propri brevetti. “Ibm usa l’ampia scorta di brevetti come una clava per ottenere soldi da altre compagnie”, ha sottolineato l’avvocato J. David Hadden. Il business delle licenze è fondamentale per la storica multinazionale e rappresenta un settore caratterizzato da investimenti miliardari.

Per 25 anni di fila Ibm ha registrato negli Stati Uniti un numero di brevetti superiore a quello di qualsiasi altra azienda. Un alto dirigente del gruppo è atteso al banco dei testimoni nei prossimi giorni per chiarire questi aspetti, il che rappresenta una ghiotta occasione di conoscere qualcosa di più sulle modalità operative della casa di Armonk.

Due dei brevetti al centro della causa riguardano però tecnologie risalenti a prima di Internet, come il servizio dialup Prodigy, nato negli anni Ottanta del secolo scorso. Un altro, invece, copre una procedura di autenticazione di tipo single sign-on che permette agli utenti di accedere a un sito Web tramite i propri account Google o Facebook.