Cambridge Analytica è andata “offline”. La società britannica simbolo dello scandalo datagate, che ha rischiato di travolgere Facebook, ha dichiarato fallimento e ha già avviato le procedure di insolvenza. I motivi della serrata sono due: l’emorragia di clienti, spaventati dal contraccolpo mediatico dello scandalo, e le spese legali. Spese diventate ormai insostenibili, schizzate alle stelle sia per l’avvio di indagini interne su quanto accaduto sia per parare i colpi provenienti dall’esterno. Fondata nel 2013 come divisione della Scl Group, Cambridge Analytica si era inizialmente guadagnata una certa popolarità nel mondo delle analisi per aver gestito la campagna elettorale di Donald Trump sui social network. Sostenuta da un falco della destra statunitense come Steve Bannon, già fidatissimo consigliere dell’inquilino della Casa Bianca, la società britannica è definitivamente finita sulla bocca di tutti a marzo, quando un’indagine giornalistica ha svelato come fosse riuscita a profilare circa 87 milioni di utenti iscritti a Facebook.

Le informazioni delle persone, raccolte grazie all’utilizzo truffaldino di un’applicazione pensata per scopi accademici, sono poi state utilizzate nel tentativo di influenzare l’esito delle presidenziali americane. La bufera si era ulteriormente intensificata quando il Ceo dell’azienda, Alexander Nix, era stato registrato mentre parlava con un giornalista camuffato da cliente, promettendo di poter ricorrere a qualsiasi mezzo (anche a prostitute) per rendere ricattabili gli avversari.

Nix è stato sospeso ad aprile, ma la sua figura rimane tuttora ingombrante per i repubblicani, perché legata a doppio filo a Brad Parscale: Parscale ha gestito la campagna social di Trump nel 2016 e ha lavorato fianco a fianco con Cambridge e Nix, ma almeno per ora non sembra essere stato investito dallo scandalo. Ad oggi rimane ancora in sella e sarà il social media manager di riferimento del tycoon anche per le presidenziali del 2020.

Il fallimento della società britannica di Big Data mette la parola fine sulla vicenda? Improbabile. Facebook sta provando a riguadagnarsi la fiducia di utenti e azionisti, con un’astuta campagna di marketing per rimettere al centro la tutela della privacy degli iscritti alla piattaforma. Mentre non è chiaro se le attività di Cambridge cesseranno del tutto o verranno semplicemente trasferite sotto un’altra sigla, in quanto la Scl controlla una fitta rete di aziende.

Al momento però i dipendenti di Cambridge hanno dovuto restituire i computer e la compagnia ha pubblicato una nota ufficiale: un comunicato in cui dice di essere stata denigrata “per attività che non solo sono legali, ma sono anche largmanete accettate come standard della pubblicità online, sia nell'arena politica sia in quella commerciale”. “Negli ultimi mesi siamo stati oggetto di numerose accuse infondate […]. L’assedio dei media ha fatto fuggire praticamente tutti i clienti e i fornitori”. Game over?