La Cina si muove ancora nel mercato It e, da buon gigante qual è, ogni suo spostamento provoca riflessi in tutto il mondo. Pechino ha annunciato, in collaborazione con la Banca di sviluppo del Paese del Dragone, un piano di investimenti quinquennale da circa 15 miliardi di dollari per favorire la digitalizzazione della nazione. Le tecnologie principali su cui il governo vuole puntare sono Big Data, cloud, Internet delle cose e smart city. Il tutto inserito nel contesto della “via della seta digitale”, che ha come obiettivo (secondo le parole di Chen Zhaoxiong, viceministro per l’Industria e l’It cinese) quello di creare “una nuova comunità nel cyberspazio” in piena competizione con la Silicon Valley. Ambizioni importanti, che fanno il paio con la volontà di diventare la prima superpotenza nel campo dell’intelligenza artificiale entro il 2030.

Secondo un’indagine della Cyberspace Administration of China l’economia digitale del Dragone varrebbe oggi circa quattromila miliardi di dollari, per una crescita del 20,3 per cento anno su anno. Le nuove tecnologie peserebbero per il 32,9 per cento sul Pil. Numeri enormi, che giustificano anche le ultime spinte del governo al “do it yourself” e all’apertura verso nuovi orizzonti a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Non è un caso che a inizio mese Xi Jinping abbia annunciato in pompa magna investimenti cinesi per 60 miliardi di dollari verso cinquanta Paesi africani. E due giorni fa Pechino ha confermato nuovi dazi fra il 5 e il 10 per cento su decine di miliardi di dollari di prodotti importati dagli Usa. Le tariffe scatteranno il 24 settembre, proprio quando entreranno in vigore i balzelli commerciali imposti da Washington su merci cinesi per un controvalore di 200 miliardi.

Mosse e contromosse che non stanno affatto piacendo a Jack Ma, il fondatore di Alibaba (con un piede ormai fuori dalla porta). Parlando davanti ad alcuni investitori riuniti ad Hangzhou, l’uomo più ricco del Paese del Dragone ha definito la guerra economica con gli Stati Uniti “un vero disastro”, aggiungendo che lo scontro potrebbe durare anche vent’anni. Meglio quindi, secondo Ma, che Pechino inizi subito a puntare su altri partner, cercandoli in particolar modo nel sud-est asiatico e (guarda caso) in Africa. Senza dimenticare la Russia.

Il numero uno di Alibaba ha voluto mandare un segnale forte soprattutto ai funzionari di partito, anche perché una delle prime vittime della guerra dei dazi è sicuramente il colosso dell’e-commerce. L’azienda non creerà più quel milione di posti di lavoro negli Usa promessi da Ma, il quale ha spiegato all’agenzia di stato Xinhua che la stima era stata calcolata su “rapporti commerciali razionali” fra i due Paesi. “La situazione corrente ha già compromesso tutto […]. Continueremo ugualmente a lavorare per promuovere buoni rapporti fra Cina e Stati Uniti”.

 

 

Alibaba ha già dei piani alternativi nel cassetto. E gli ingredienti di questa nuova ricetta sono tutti tecnologici. La società ha infatti intenzione di avviare una divisione dedicata esclusivamente allo sviluppo di chip per i calcoli di inferenza, che potrebbe arrivare sul mercato con i primi prodotti nella seconda metà del 2019. Le soluzioni di intelligenza artificiale potrebbero essere utilizzate per i veicoli autonomi, per la logistica e le applicazioni di smart city.

Lo scorso aprile Alibaba ha rilevato Hangzhou C-Sky Microsystems, realtà specializzata nella produzione di chip per l’Internet delle cose. Lo stesso governo di Pechino vede in una maggiore indipendenza tecnologica cinese uno degli elementi determinanti nella battaglia digitale contro il resto del mondo. Battaglia che il partito sembra essere determinato a vincere a tutti i costi, profondendo miliardi di dollari in progetti di ricerca e sviluppo a lungo termine.