Siamo stati la terra di Leonardo da Vinci, di Galileo Galilei e di Guglielmo Marconi. Oggi ci ritroviamo al 24° posto della classifica mondiale dei Paesi più innovatori, secondo l'ultima edizione del Bloomberg Innovation Index, indice che considera variabili quali il numero di imprese tecnologiche e di ricercatori presenti sul territorio, il conteggio dei brevetti depositati, la presenza di industria manifatturiera ad alto valore aggiunto, l'efficienza del settore terziario e il rapporto fra Pil e investimenti in ricerca e sviluppo. Sulle 78 nazioni prese in esame (quelle per cui è stato possibile reperire dati per quasi tutti gli indicatori) svetta la Corea del Sud, come già lo scorso anno: la patria di Samsung, Lg e Hyundai occupa meritatamente il primo gradino del podio, risultando al primo posto per tutte le variabili dell'indice.

Confermati anche il secondo e terzo classificato, ovvero Svezia e Germania, seguite nell'ordine da Svizzera e Finalndia. Un bel quartetto tutto europeo, dunque, rincorre la Corea del Sud, superando anche i notoriamente tecnologici Singapore e Giappone (al sesto e settimo posto). Bisogna scendere ancora parecchio in classifica, vedendo sfilare Stati Uniti, Israele, Francia, Olanda e Cina (ventunesima), per arrivare al ventiquattresimo posto dell'Italia. Che pure non è una cattiva notizia: rispetto all'index del 2015, siamo saliti di due gradini.

 

 

 

Scomponendo il dato complessivo, lo Stivale è al 18esimo posto per quanto riguarda il rapporto fra numero di abitanti e aziende hi-tech, al 20esimo per la manifattura a valore aggiunto, al 25esimo per gli investimenti in r&d, al 29esimo per la produttività, al 36esimo per presenza di ricercatori, al 37esimo sia per quantità di brevetti registrati sia per efficienza del terziario. Pollice verso, invece, per la Russia, che passa dal dodicesimo al 26esimo posto nonostante l'ottima efficienza del suo settore terziario. Sull'anomalo scivolone di dodici posizione hanno certamente influito sia le sanzioni economiche piombate su Mosca, sia il calo degli ultimi anni nelle esportazioni di gas e petrolio.

Classifiche come queste sono certo utili per ottenere un approssimativo mappamondo dell'innovazione tecnologica. Necessariamente, indici come quello di Bloomberg non possono essere onnicomprensivi né intercettare fenomeni magari circoscritti ma significativi. Una variabile che forse meriterebbe di essere valutata e integrata in futuri studi è quella delle startup, peraltro un fenomeno di difficile attribuzione geografica: la nazionalità di una neoimpresa non sempre corrisponde alla residenza, essendo quest'ultima spesso dettata da ragioni fiscali, burocratiche o dalla disponibilità di fondi adoperabili. In Italia, secondo l'osservatorio promosso da Assolombarda, Italia Startup, Smau, Ambrosetti e Cerved, lo scorso anno si potevano contare 6.466 startup innovative iscritte al Registro delle Imprese.