Le indicazioni, chiare, erano già tutte presenti nell’ultima trimestrale pubblicata a metà giugno: oggi il principale fattore di crescita per Oracle è il cloud. La chiusura dell’anno fiscale 2016 riportava un aumento di fatturato anno su anno del 40 per cento, per un totale di 2,9 miliardi di dollari, su un giro d’affari complessivo di 37 miliardi. E in Italia in numeri sono ancora più solidi: boom a tre cifre, oltre duecento clienti (fra cui Generali, Telecom Italia, Enel, Saipem) e 400mila utenti live, con i primi progetti di trasformazione It che iniziano ad affacciarsi all’orizzonte. “Solo il 5 per cento dei workload oggi risiede in cloud. La prima ondata nel nostro Paese è già arrivata e si è consolidata, adesso ci prepariamo alla seconda”, ha sottolineato Fabio Spoletini, country manager di Oracle per l’Italia, durante l’evento Cloud in action in cui il colosso a stelle e strisce ha fatto il punto sulla propria strategia in questo settore. Mercato in cui il vendor è arrivato dopo altri player blasonati, ma dove sta recuperando (e i numeri almeno per ora lo dimostrano) terreno. Soprattutto sulla fascia alta, vero obiettivo del gruppo di Redwood Shores.

La roadmap si basa su cinque pilastri, nelle cui fondamenta Oracle ha inserito alcuni elementi in grado di differenziare la propria offerta da quella dei principali competitor. Fattori su cui l’azienda si sta spendendo moltissimo, cercando di far comprendere alle imprese il valore della propria proposizione. Innanzitutto, alla base della strategia si trova la completezza dell’offerta, che significa soluzioni SaaS, PaaS e IaaS per andare incontro alle esigenze di organizzazioni di qualsiasi dimensione.

“Siamo partiti con il Software-as-a-Service per garantire l’agilità dei processi e per rendere le aziende più moderne, a cui si è poi aggiunta l’efficienza grazie a servizi IaaS”, ha aggiunto Spoletini. “Ma a breve cominceremo a vedere progetti e applicazioni interamente cloud native, anche per rispondere a trend emergenti come l’Internet delle cose, per approdare poi al Platform-as-a-Service, che darà la possibilità di prelevare dal cloud componenti sia open sia di Oracle. Vogliamo uscire dal concetto di commodity”.

Gli standard aperti rappresentano proprio un altro pilastro, perché tutta l’offerta dell’azienda è basata su tecnologie open source tra cui Hadoop, Sql, Nosql, Java, Ruby, Linux, Docker e Node.js. Un ampio set che lascia libertà di scelta e che combacia quindi con il terzo elemento portante del cloud targato Oracle: l’ibrido. Per rispondere a questa esigenza, il vendor dà la possibilità di implementare su richiesta qualsiasi soluzione anche on-premise, in modo da abbattere il concetto di un silos applicativo e infrastrutturale monolitico.

 

Fabio Spoletini, Emanuele Ratti e Giovanni Ravasio di Oracle Italia

 

Si concretizza così l’idea della nuvola ibrida, che mantiene comunque gli stessi standard, architetture, Sla e sistemi di monitoraggio del cloud pubblico. Ma gli elementi sbandierati probabilmente con maggiore orgoglio da Oracle sono gli ultimi due: una proposizione di livello enterprise per l’implementazione e la gestione di applicazioni critiche e, infine, la sicurezza di tutta la piattaforma.

“Essere enterprise grade significa garantire anche performance di altissimo livello”, ha spiegato Spoletini. La sicurezza dell’ecosistema passa invece anche dal software in silicon: codice innestato direttamente nel microprocessore che estremizza l’idea del sistema ingegnerizzato (uno dei cavalli di battaglia di Oracle) e porta nel “cuore” della macchina la protezione, per esempio, assicurata dalla crittografia. Accelerando notevolmente le prestazioni.

E sono proprio le performance a essere rimarcate da Oracle, che le descrive come uno dei veri componenti differenzianti del proprio portafoglio infrastrutturale. “Le commodity ormai sono l’open source per lo sviluppo agile, i microservizi, le Api e poco altro”, ha chiarito Emanuele Ratti, country leader Cloud Infrastructure del vendor. “La prima differenza con altri player è che la nostra proposta può essere estesa con servizi di managed Java, al cuore del database relazionale più diffuso al mondo”.

A cui si aggiungono ambienti non solo virtualizzati, ma anche bare metal o ad altissime prestazioni. Il problema delle performance è ancora più sentito in cloud, a causa della distanza maggiore dei data center dei provider. Ecco perché Oracle ha voluto snocciolare alcuni numeri della propria nuvola: 4,5 milioni di Iops, con tassi cento volte superiori rispetto agli standard; 300 GB/s di throughput; una capacità di gestione dello storage superiore ai 500 TB, per una capienza cento volte maggiore rispetto alla media del mercato.

 

 

E non è finita. Oracle offre un clustering active/active, zero data loss e un failover trasparente senza tempi di downtime. Ovviamente, le metriche variano a seconda dei livelli di Sla, che sono quattro: bronze, silver, gold e platinum. Gli ingredienti ci sono quindi tutti per accontentare sia le esigenze della startup (cercando di strapparla all’agguerrita concorrenza di Amazon Web Services) sia delle corporation che devono muovere sulla nuvola i cosiddetti “big elephant” o applicazioni “sticky” (molto legate ai sistemi on-premise).

Sono le applicazioni più pesanti, come quelle legacy”, ha concluso Ratti. “In questo caso portiamo il cloud direttamente in casa del cliente, fin dentro il suo data center”. Come? Grazie a Cloud at Customer, soluzione basata sulla Oracle Cloud Machine che permette alle imprese di creare un progetto sul “big elephant”, tenendolo inizialmente in house, per togliere poi gradualmente tutte le latenze e le inerzie “affettando” l’app enterprise. Quando il programma di portabilità nel cloud è finito, si può decidere se tenere l’ingombro ancora in casa oppure consegnarlo a Oracle nel suo data center.