“È stato un errore mio, mi spiace. Sono stato io a creare Facebook, io lo gestisco e quindi sono responsabile per quanto accaduto”. Mark Zuckerberg si è battuto la mano sul petto davanti alle Commissioni commercio e giustizia del Senato statunitense, dove era stato chiamato a rispondere dello scandalo Cambridge Analytica, che ha portato la società di analisi britannica a mettere le mani sui dati personali di 87 milioni di utenti Facebook. La piena assunzione di responsabilità da parte del Ceo del social network era scontata: Zuckerberg non poteva fare altrimenti e la sua posizione era già chiara da giorni, fin da quando aveva deciso di parlare pubblicamente della vicenda in diverse interviste. In cinque ore di domande poste da 44 senatori democratici e repubblicani, il numero uno di Facebook, oltre a entrare per quanto possibili nei dettagli dell’accaduto, ha sottolineato come la propria azienda abbia imparato la lezione e come farà di tutto per migliorare le cose. Ma non sarà facile.

Zuckerberg ha ripetuto che le indagini forensi sui dati ottenuti da Cambridge Analytica grazie all’applicazione “This is your digital life”, creata dal ricercatore Aleksandr Kogan e in grado di raccogliere informazioni su milioni di persone partendo da poche migliaia di utenti, richiederanno ancora molto tempo. “Ma andremo fino in fondo e ci assicureremo che tutto ciò non accada mai più”, ha spiegato il 33enne Ceo. Le scuse dell’amministratore delegato di Facebook hanno riguardato però anche altri fenomeni.

Come quello delle fake news, dell’ingerenza di influencer russi nella politica a stelle e strisce, per l’incitamento all’odio e alla violenza sul social network blu, sulla privacy. Sulle modalità con cui la comunità virtuale più grande del mondo (oltre due miliardi di utenti) gestisce i dati dei propri iscritti. Facebook sapeva delle operazioni di Cambridge Analytica? E da quando?

“Se eravate a conoscenza del problema dal 2015 perché non avete fatto nulla?” è la domanda della senatrice democratica Dianne Feinstein. “Abbiamo chiesto di cancellare le informazioni e, sbagliando, ci siamo fidati”, ha ripetuto il fondatore del social, che ha inoltre rivelato come i dati raccolti dall’app di Kogan siano stati venduti anche ad altre società.

 

Mark Zuckerberg al Senato statunitense

 

Il ruolo di Palantir Technologies e gli omissis di Zuckerberg

Sollecitato dalle Commissioni, Zuckerberg si è più volte nascosto dietro un “non lo so”. Come quando i democratici Maria Cantwell e Patrick Leahy hanno chiesto al numero uno di Menlo Park di chiarire il ruolo nella vicenda di Palantir Technologies, compagnia di analisi dei Big Data fondata da Peter Thiel (uno dei “papà” di Paypal) con stretti rapporti con l’intelligence Usa. “Lei pensa che Palantir abbia mai effettuato lo scraping di dati da Facebook?”, hanno domandato i due senatori. “Non ne sono a conoscenza”, ha risposto con un po’ di imbarazzo il Ceo.

La questione è di fondamentale importanza, perché Thiel è uno dei pochi imprenditori della Silicon Valley a essersi schierato in favore di Donald Trump e ad averlo sostenuto durante la sua corsa alla Casa Bianca. Ed è certo che Cambridge Analytica, nata anche grazie al supporto dell’estremista di destra Steve Bannon (ex influente consigliere di Trump), sia stata reclutata dal responsabile social del presidente Usa (Brad Parscale) per inondare Facebook di messaggi a sostegno della campagna elettorale del tycoon. Inserzioni pubblicitarie pagate complessivamente 94 milioni di dollari.

Impossibile che il board del social network non si fosse accorto di nulla. E quali sono i rapporti fra Cambridge e Palantir? Quest’ultima ha sede a Palo Alto ed è una delle tante creature nate dall’incubatore dell’Università di Stanford, ateneo che ha seguito fra gli altri anche i primi passi di Facebook. A marzo il New York Times ha ricostruito come il management di Palantir e la figlia di Eric Schmidt, per lungo tempo Ceo di Google, fossero di casa negli uffici di Cambridge Analytica.

Sarebbe stata proprio Sophie Schmidt a introdurre al board di Palantir Alexander Nix, ex Ceo della società britannica di Big Data. E l’idea di raccogliere informazioni sui profili di Facebook e di utilizzarli massicciamente per scopi elettorali sarebbe nata proprio negli uffici di Palo Alto. Ombre e connessioni sospette che Zuckerberg non è riuscito a dissipare in modo convincente.

E la difesa del Ceo di Facebook non ha convinto nemmeno quando l’argomento è scivolato sulle conseguenze a livello societario di questo scandalo. Perché nessuno è stato cacciato per aver gestito in modo così dilettantesco il problema? L’unico ad aver rassegnato le dimissioni è stato Alex Stamos, responsabile della sicurezza aziendale. Ma il colosso di Menlo Park ha sottolineato come la dipartita di Stamos fosse già stata pianificata. Nessun collegamento con il fattaccio di Cambridge Analytica, quindi.

 

 

Il titolo festeggia in Borsa, mentre ci si interroga sul futuro

Dopo settimane di calvario, il titolo di Facebook ha ripreso a correre, guadagnando fino al cinque per cento nelle ore immediatamente successive all’audizione fiume di Zuckerberg. È stata la crescita maggiore per una singola seduta degli ultimi due anni. Segno che i mercati hanno ritenuto esaustive le spiegazioni del Ceo del social network. Almeno per il momento. Perché è ormai certo che corpi politici e regolatori di mezzo mondo continueranno a chiedere a Facebook dettagli della vicenda.

Il Garante della Privacy italiano, Antonello Soro, ha chiesto all’Unione Europea di ampliare il mandato della task force che sta indagando sulla vicenda di Cambridge Analytica, oltre a poter utilizzare al meglio gli strumenti offerti dalla nuova normativa Gdpr. “Facebook deve fornire tutti i dati sulle altre società specializzate in marketing politici con cui aveva stretto accordi, perché gli utenti spiati potrebbero essere molti più dei 214mila già scoperti”, ha spiegato Soro al Corriere della Sera.

Nel frattempo Facebook ha annunciato un nuovo programma che permette agli utenti di segnalare l’abuso di dati da parte delle applicazioni installabili sul social network. In questo modo i membri della piattaforma “ci aiuteranno a identificare le violazioni delle nostre policy”, ha spiegato in una nota Collin Greene, head of product security dell’azienda californiana. Come ricompensa, le persone che riusciranno a dimostrare la raccolta e la vendita di dati verso terze parti riceveranno un premio in denaro.

Non ci sono massimi, ha sottolineato Greene, ma resoconti significativi garantiranno compensi anche di 40mila dollari. Il nuovo programma è parte di una più ampia strategia messa in campo dalla società di Menlo Park per evitare il ripetersi di scandali simili al datagate. Nei giorni scorsi Facebook ha modificato le politiche di accesso alle informazioni da parte delle app, introducendo nuovi strumenti per consentire agli utenti di controllare meglio cosa viene condiviso sulla piattaforma. Basterà?