In un mondo dove il concetto di “andare su Internet” è ormai stato sostituito dall’abitudine a essere sempre connessi (più che un’abitudine, un vero e proprio slittamento e ampliamento della percezione e della sfera cognitiva), gli utenti ancora non hanno imparato bene a proteggersi. Una nuova ricerca realizzata da B2B International su richiesta di Kaspersky Lab dimostra, anzi, alcune mancanze e cattive pratiche che cozzano le esigenze di difendere un patrimonio di dati in continua crescita. Lo studio, condotto lo scorso agosto tramite questionario online in 32 Paesi, ha svelato che nel 2017 il 27% delle persone, secondo la media del campione, ha subito almeno un incidente o attacco informatico di qualche genere.

Un ampio 62%, invece, si è detto preoccupato del rischio che occhi indiscreti intercettino i dati della navigazione o altre attività eseguite tramite browser, mentre oltre la metà del campione (55%) ritiene che la minaccia cybercrminale sia in ascesa. A fronte di tali, diffusi e motivati timori, tuttavia solo un utente su due si preoccupa di mettere al sicuro i propri contenuti eseguendo regolarmente dei backup. E un ampio 38% ha ammesso di non sapere come difendersi dai criminali informatici.

 

 

Che tutto ciò sia preoccupante è quasi ovvio, perché oggi online e nel cloud finiscono sempre più immagini personali, informazioni anagrafiche, dettagli di conti bancari, tracce delle nostre preferenze di acquisto e di consumo. Quasi tutti gli utenti digitali (il 96% degli intervistati) invia e riceve email da diversi dispositivi, mentre l’85% delle persone frequenta i social media e il 53% ricorre alle reti WiFi pubbliche per collegarsi alla Rete. Sui dispositivi mobili Android e iOS, poi, viene conservato di tutto: fotografie e video delle vacanze (per il 72% dei rispondenti) e dei figli (51%), password di posta elettronica e altri servizi (42%), documenti di lavoro (34%), foto private di altre persone (32%), credenziali bancarie (28%), immagini di documenti d’identità o patenti (22%).

Il sondaggio ha fatto emergere alcune delle conseguenze di questo “stile di vita” digitale forse poco accorto. Nei dodici mesi precedenti all’indagine, circa un intervistato su cinque ha subito una violazione o un tentativo di violazione informatica, prevalentemente riguardante una casella di posta elettronica (41% dei casi), un profilo social (37%), un conto bancario (18%) o un account creato su un sito di e-commerce (18%). Altri tipi di minaccia ricorrente sono stati nel 2017 i malware generici, i ransomware, il furto di dati seguito ad hackeraggi di account o dispositivi, e altro ancora.

 

 

La scelta di password ardue da intuire per i criminali e differenziate è una prima e indispensabile misura di difesa, forse scontata ma spesso non applicata a dovere.  Lo studio ha evidenziato due problemi opposti e complementari: a meno di non voler scegliere credenziali d’accesso molto banali e ripetute (errore noto, e che pure viene commesso da un utente su dieci), in molti si ritrovano a dimenticare le password scelte per l’uno o per l’altro servizio, mentre altri ricorrono a metodi “caserecci” come all’annotazione delle parole sulla carta.

Il 51% degli intervistati, infatti, ha ammesso di memorizzare le password in modo non sicuro, mentre il 23% addirittura si serve di un bloc-notes per metterle nero su bianco. C’è poi un 38% di utenti che incappa nella frustrazione di non riuscire a ripristinare rapidamente le password dei propri account dopo averle perse. Le procedure di recupero, in altre parole, per molti risultano alquanto macchinose. La soluzione? Kaspersky suggerisce l’utilizzo di un software di gestione delle parole chiave, ovvero un password manager.