Google vorrebbe riportare il suo motore di ricerca in Cina e per farlo è disposta a qualche rinuncia. O forse no. Si sono susseguite indiscrezioni e smentite sul progetto “Dragonfly”, così chiamato internamente a Bg G, quello di un ritorno di Big G nell'immenso mercato abbandonato ormai otto anni fa sull'onda della censura governativa. Un mercato in cui domina Baidu: transita da qui quasi il 74% delle ricerche Web, secondo Statcounter, mentre i motori stranieri sono bloccati dietro al “Great Firewall” se non per piccole percentuali di utenti. Non è chiaro, però, se davvero esista un progetto Dragonfly.

 

Reuters ha inizialmente riferito che a detta di due “fonti” Google sarebbe intenzionata a portare in Cina una versione censurata del motore, che non mostrerà alcuni siti Web né risultati per alcune chiavi di ricerca. Di questo ha parlato ieri anche il sito di The Intercept, citando documenti confidenziali dell'azienda di Mountain View. A detta delle fonti, il progetto Dragonfly sarebbe nato nella primavera dell'anno scorso per mettere a punto una versione di Google Search gradita alle autorità nazionali cinese: sarà prevista una blacklist di termini non ricercabili.

 

Le parole ed espressioni riguardanti i diritti umani, la democrazia, la religione e le proteste civili, per esempio, se digitate in una query non produrranno alcun risultato. Similmente, non saranno mostrati dal motore alcuni siti Web, persone e immagini messe al bando dal governo. Sempre a detta delle fonti anonimi, si starebbe lavorando al progetto nel quartier generale di Mountain View, ma una volta operativo il motore di ricerca sarà gestito da Google in joint-venture con una non specificata società, presumibilmente cinese. Un'applicazione Android di questo nuovo servizio sarebbe già stata mostrata a rappresentanti del governo di Pechino, in vista di un possibile lancio fra sei o nove mesi. Sempre che si ottenga il semaforo verde delle autorità.

 

Ma è vero oppure no? La testata cinese di proprietà statale Security Times ha definito false le indiscrezioni, citando persone interne ai “dipartimenti interessati”, ma un dipendente di Google, sentito da Reuters, ha assicurato che il progetto Dragonfly esiste e che ha il supporto di una parte dei dirigenti dell'azienda ma non di altri. Ulteriore conferma è giunta da una dipendente statale cinese, secondo cui Google avrebbe discusso del progetto con l'ente nazionale competente in materia di Web.

 

Nè quest'ultimo né la società del gruppo Alphabet hanno commentato queste voci, che per ora rimangono, appunto, solo indiscrezioni. Certo non è un momento facile per i rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti, considerando la politica protezionista di Donald Trump e le difficoltà incontrate dalla californiana Qualcomm per convincere l'antritrust cinese ad autorizzare l'acquisto di Nxp Semiconductors. Spesso si cerca il compromesso, pur di non perdere una fetta consistente di utenza. Ha fatto così, per esempio, Apple, accettando di delegare a società di emanazione statale la gestione dei dati cloud degli utenti cinesi e scatenando alcune paure di possibili contraccolpi sulla privacy.