Twitter è invaso dai bot. Secondo uno studio pubblicato dal Pew Research Center, il 66 per cento delle condivisioni di link sul sito di microblogging è opera di programmi automatici e non di esseri umani. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato oltre 1,2 milioni di post tra il 27 luglio e l’11 settembre 2017, prendendo in considerazione i link che rimandavano a 2.315 “siti popolari”. Per l’analisi è stata utilizzata Botometer, un’applicazione in grado di individuare le attività dei programmi automatici su Twitter. Il dato ricavato dal Pew Research Center è una media riguardante tutte le categorie di siti presi in considerazione, ma a livello di singola pagina i numeri cambiano in modo significativo. Ad esempio, i collegamenti che rimandano a portali con “contenuti per adulti” sono gestiti in nove casi su dieci da account automatici, mentre si scende al 76 per cento per quelli sportivi e al 73 per cento per i prodotti commerciali.

Ancora più giù inoltre i siti di notizie (66 per cento, ma il dato schizza all’89 per cento nel caso degli aggregatori), relativi alle celebrità (62 per cento), di organizzazioni o aziende (53 per cento) e di link che rimandano direttamente ad altri contenuti già presenti su Twitter (50 per cento). Ma il report di Pew Research Center è ricco di spunti interessanti. Ad esempio, i ricercatori hanno individuato un gruppo molto ristretto di bot “responsabile della condivisione di un numero significativo di link a portali di notizie rinomati”.

I 500 bot più attivi hanno generato il 22 per cento dei collegamenti ai siti di news, contro lo stesso numero di account gestiti da umani che è riuscito a condividere, però, soltanto il sei per cento dei link. “Lo studio non ha trovato evidenze che i profili automatici abbiano una propensione a pubblicare collegamenti dai contenuti liberal o conservatori”, si legge nel report.

È un dettaglio non di poco conto, perché a febbraio Twitter aveva già provveduto a silenziare numerosi bot. Un’operazione che aveva scatenato soprattutto le ire della destra statunitense, che aveva gridato alla censura. “Nel 41 per cento dei casi i profili sospetti divulgano link diretti a siti politici conservatori, mentre nel 44 per cento a quelli liberal. Una differenza che non è significativa dal punto di vista statistico”.