“Amo il mio Paese, sostengo il partito comunista, ma non farò mai niente che possa danneggiare un altro Stato”. Prova a difendersi così, in un rarissimo intervento pubblico, Ren Zhengfei, Ceo della “sua” Huawei, fondata a Shenzhen nel 1987. Solitamente schivo e riservato, dopo mesi di accuse e attacchi provenienti da mezzo mondo, Ren ha voluto esporre a tutti la propria posizione per provare ad allentare le tensioni. Ed è facile leggere, attraverso le sue parole, anche un ennesimo tentativo di distensione fra Cina e Stati Uniti. Passando però prima di tutto da Ottawa: il Canada detiene infatti dallo scorso dicembre Meng Wanzhou, direttore finanziario di Huawei e figlia del fondatore. E ieri, probabilmente non a caso, un cittadino canadese è stato condannato a morte per possesso di stupefacenti. Innescando una serie di reazioni fra le varie cancellerie.

Geopolitica e tecnologia continuano quindi a intrecciarsi ai massimi livelli, anche se, nel suo intervento di due ore, Ren ha ovviamente preferito parlare dello stato di salute della propria azienda. Il fondatore, per esempio, ha sottolineato come nessuna legge cinese richieda che le società del Dragone debbano installare backdoor nei propri prodotti. La questione della sicurezza nazionale è stata invocata da diversi Paesi, innanzitutto gli Stati Uniti, come principale motivo per escludere le apparecchiature della multinazionale dalle proprie reti.

In particolare quelle di nuova generazione (5G). Invitati a fare altrettanto, anche altri Paesi hanno seguito la strada degli Usa, fra cui Australia, Nuova Zelanda, Norvegia e Giappone. Su questo fronte, però, Ren ha preferito minimizzare: “Non è possibile siglare contratti con tutti, ci concentreremo là dove saremo i benvenuti. Personalmente, non danneggerei mai gli interessi dei clienti”. Secondo il Ceo, che ha dichiarato di guardare ad Apple come modello per la tutela della privacy, Huawei ha già all’attivo una trentina di commesse in tutto il mondo per le reti mobili di quinta generazione.

“Siamo soltanto un seme di sesamo nel conflitto fra Cina e Stati Uniti”, ha aggiunto Ren, il quale ha anche riservato toni molto cordiali nei confronti di Donald Trump. Il fondatore del colosso di Shenzhen potrebbe quindi essere la perfetta testa di ponte per una nuova fase nei colloqui bilaterali fra le due superpotenze, lasciando però al momento il Canada in una situazione di forte difficoltà.

Lo scorso dicembre Pechino ha arrestato tre consulenti e imprenditori canadesi, accusandoli di mettere a rischio la sicurezza nazionale. È probabile che anche queste persone, oltre a quella condannata a morte ieri, possano essere utilizzate come pedine da scambiare con la liberazione di Meng Wanzhou.