E alla fine si è mossa anche l’autorità di vigilanza sui mercati statunitense (Sec), che ha deciso di denunciare Elon Musk e Tesla per truffa in merito al tweet dello scorso agosto in cui il Ceo della casa automobilistica spiegava di “considerare la privatizzazione” della società. La burrasca era in vista perché, già subito dopo la pubblicazione di quell’improvvido messaggio, Musk era stato colpito da diverse denunce di aggiotaggio da parte di azionisti infuriati. Secondo la Sec, che ha depositato un atto formale, l’idea del tycoon di ritirare Tesla dal mercato quotato avrebbe generato un’enorme confusione fra gli investitori. A maggior ragione considerando che, a fine agosto, lo stesso Musk ha poi rettificato i propri progetti confermando l’intenzione di mantenere pubblica l’azienda. La denuncia dell’authority ha scatenato un’ondata di vendite sul titolo della società, che ha perso oltre l’11 per cento nelle contrattazioni after-hours.

Secondo la Sec, il miliardario di origine sudafricana “sapeva o è stato avventato nel non immaginare” che questo genere di comunicazioni potessero essere ingannevoli. Musk, scrive la Securities and Exchange Commission, “non aveva parlato di, né confermato, dettagli chiave sui termini dell’operazione (prezzo incluso)” con nessun potenziale investitore. Con quella che sembra essere una beffa ulteriore, l’autorità vigilante ha sottolineato come l’imprenditore avrebbe deciso di indicare in 420 dollari il prezzo concordato per la privatizzazione per omaggiare la “cultura della cannabis”.

“Ipotizziamo che Musk sia arrivato a questo prezzo valutando un 20 per cento di premio sull’allora valore delle azioni di Tesla, arrotondando poi la cifra a 420 dollari per via del significato di questo numero nel movimento pro marijuana, credendo inoltre che la sua fidanzata ne sarebbe stata estasiata”, ha commentato Steven Peikin, co-director of enforcement della Sec. Il 4:20 è un termine che indica il fatto di fumare erba alle quattro e venti del pomeriggio, nato nel movimento hippy della Bay Area nei primi anni Settanta.

Musk ha bollato la denuncia come “non giustificata”, dichiarandosi “rattristato e deluso”. E ora che cosa potrebbe rischiare il numero uno della travagliata compagnia di veicoli elettrici? È probabile che, se le accuse dovessero trovare riscontro, il Ceo possa chiudere la vicenda concordando con la Sec una sanzione pecuniaria, come già successo altre volte in questioni riguardanti altre aziende a stelle e strisce.

È certo che l’indagine dell’authority rappresenta un altro duro colpo per l’immagine di Tesla, sempre più al centro dell’attenzione dei mercati, i quali iniziano a dubitare che il business del gruppo possa essere sostenibile. La creatura guidata dal tycoon di Pretoria ha perso infatti nel secondo trimestre del 2018 altri 717 milioni di dollari e negli ultimi mesi diversi dirigenti di peso hanno preferito abbandonare la nave.

Da inizio anno Tesla ha dovuto dire addio al chief accounting officer Dave Morton, che ha lasciato la poltrona dopo solo un mese; al responsabile delle risorse umane, Gaby Toledano (in passato la società è stata accusata di non fare nulla per impedire la diffusione di pratiche discriminatorie) e pochi giorni fa, come riportato da Bloomberg, al vicepresidente della supply chain globale, Liam O’Connor.