Ormai non fa quasi più notizia: Facebook è ancora al centro dell’attenzione mediatica sulla questione della privacy. Il social network ha consegnato alla Commissione energia e commercio Usa un rapporto di 747 pagine in cui elenca le proprie pratiche di gestione dei dati degli utenti. A colpire è la condivisione delle informazioni degli iscritti con 61 colossi, come Nike, Huawei, Alibaba, Samsung, Microsoft, Nissan e Aol, i quali avrebbero così ricevuto da Facebook dati preziosi per ottimizzare le proprie campagne di marketing. Né più né meno di quanto fatto con Cambridge Analytica. Il problema è che Mark Zuckerberg, dopo la doppia audizione al Congresso statunitense e davanti agli europarlamentari, aveva confermato come la propria azienda avesse deciso nel 2015 di dare un giro di vite alla condivisione dei dati con le terze parti.

Ma dal report emerge chiaramente come la cessione di informazioni sia continuata per altri sei mesi, allo scopo di dare più tempo ai partner per adattarsi alle nuove regole. Inoltre, almeno una decina di altre realtà possono ancora leggere questi dati, per vari motivi. Facebook ha spiegato che la condivisione con terze parti è frutto di diverse collaborazioni, chiamate Integration Partnerships, che permettono a vendor hardware e software e ai fornitori di servizi di implementare le funzionalità del social network blu nelle proprie piattaforme.

Nel report, l’azienda di Menlo Park sostiene che sette partnership si concluderanno entro la fine di questo mese, una terminerà a ottobre e rimarranno in essere tre collaborazioni. Nello specifico, Facebook terrà “i rubinetti aperti” per Apple, Amazon e la società svedese Tobii, che ha sviluppato un’applicazione che permette ai malati di Sla di navigare sul social network sfruttando il tracciamento degli occhi.

Inoltre, nulla cambierà nelle collaborazioni con Mozilla, Alibaba e Opera, perché l’integrazione dei servizi è fondamentale per garantire le notifiche social nei tre browser. Ma queste tipologie di accordi non hanno mai implicato, spiega Facebook, la condivisione dei dati degli utenti. Ma questi nuovi dettagli (pubblicati, lo ripetiamo, dallo stesso gigante californiano) non sono gli unici a tenere sulla graticola la creatura di Mark Zuckerberg.

 

 

Si è infatti scoperto che alcuni quiz disponibili sulla piattaforma, noti come Nametests, avrebbero esposto le informazioni di circa 120 milioni di utenti. I dati sarebbero stati raccolti dagli sviluppatori della compagnia Social Sweethearts allo stesso modo di quanto fatto dagli analisti di Cambridge Analytica, ma a differenza delle practice della società britannica, il “tesoretto” sarebbe poi finito su server affetti da un bug. Il risultato? Tutto il database sarebbe rimasto visibile in chiaro per mesi.

La vulnerabilità è stata scoperta dal ricercatore Inti De Ceukelaire, che ha contattato Facebook il 22 aprile di quest’anno per segnalare il problema. La falla è stata chiusa lo scorso 25 giugno e al momento non è dato sapere se le informazioni siano state effettivamente recuperate da terzi. “Un ricercatore, tramite il nostro programma di bug bounty, ci ha segnalato il malfunzionamento del sito nametests.com, che abbiamo risolto in collaborazione” con il portale, ha spiegato il social network in una nota.