Venerdì scorso Mark Zuckerberg ha pubblicato, sulla sua pagina personale, una lunga dichiarazione, affermando di sostenere il movimento Black Lives Matter, e che inizierà a impegnarsi in una serie di revisioni della politica aziendale. Il Ceo di Facebook ha voluto soprattutto ribadire che, sia lui sia i vertici della società, rivedranno la posizione “ambigua” tenuta nei confronti della dichiarazione di Donald Trump, che ha minacciato la mobilitazione dell’esercito, e tutto quello che comporta, per domare le rivolte nel paese.

"Stiamo rivedendo le nostre policy, che consentono discussioni e minacce sull'uso della forza da parte dello Stato, per vedere se ci sono modifiche che dovremmo adottare. Esamineremo due situazioni specifiche", scrive Zuckerberg. “La prima riguarda i casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia o dello Stato. Data la particolare situazione negli Stati Uniti, questa merita una considerazione speciale. Il secondo caso si riferisce a quando in un paese sono in corso disordini civili o conflitti violenti”.

Ha concluso la nota scrivendo, “Ai membri della nostra comunità nera: sto con voi. Le vostre vite contano. Le vite dei neri contano”. Con questa dichiarazione, Zuckerberg è stato uno dei pochi leader di aziende tecnologiche a offrire supporto personale al movimento, oltre all’appoggio e alle donazioni a livello societario. Subito dopo, il Ceo di Amazon Jeff Bezos ha condiviso un post sul suo account Instagram, nel quale ribadiva l’appoggio al movimento.

Questi ultimi giorni sono stati piuttosto pesanti per Mark Zuckerberg, che ha dovuto “difendere” la sua decisione di non agire contro un post di Trump, nel quale il presidente diceva “When the looting starts, the shooting starts” ovvero, le proteste vanno domate con la forza o, peggio ancora, sparando sui rivoltosi. Twitter, che una decina di giorni fa ha bollato come “informazioni potenzialmente fuorvianti” alcuni tweet di Trump su possibili brogli legati al voto per corrispondenza, ha fatto invece una mossa senza precedenti: ha etichettato il tweet come "esaltazione della violenza", disabilitando la possibilità di ritwittarlo o commentarlo.

"So che molte persone sono arrabbiate perché non abbiamo reagito al post del presidente, ma la nostra posizione è quella di consentire la massima libertà di espressione, a meno che non ci sia il rischio di danni imminenti o pericoli specifici indicati chiaramente nelle policy". Così si è giustificato il Ceo di Facebook, in un post pubblicato a fine maggio. Il pubblico e molti dipendenti hanno reagito con indignazione. Il personale ha addirittura indetto uno sciopero, cosa mai successa prima, per lo scorso lunedì. Oltre a questo, diverse decine di ex dipendenti hanno scritto una lettera aperta, che condanna la decisione di Zuckerberg. La situazione ha persino portato ad alcune dimissioni di alto profilo.

Nell’ultimo post di venerdì sera, il Ceo di Facebook ribadisce che la società esaminerà il modo in cui gestisce i contenuti che violano le norme, decidendo di volta in volta se adottare un approccio morbido “lascia perdere” o più duro “cancella”. "So che molti di voi pensano che avremmo dovuto reagire in qualche modo ai post del presidente. La nostra politica attuale prevede che, se il contenuto sta effettivamente incitando alla violenza, vada tolto”, scrive Zuckerberg. "Non facciamo alcuna eccezione. Penso che questa policy sia etica e ragionevole, ma rispetto il parere di molte persone, che pensano che potrebbero esserci alternative migliori. Per questo sto ascoltando tutti i pareri".