Nei primi tre mesi del 2018 Facebook ha disattivato 583 milioni di account fasulli. I numeri, decisamente impressionanti, sono stati forniti per la prima volta dallo stesso social network nel Community Standards Enforcement Preliminary Report, disponibile a questa pagina. Nel documento si sottolinea anche come, sempre nel primo trimestre dell’anno, l’azienda di Menlo Park abbia rimosso dalla piattaforma 837 milioni di contenuti identificati come spam, scoperti ed eliminati quasi nel 100 per cento dei casi ancora prima che qualche utente li segnalasse. E non è finita. Facebook ha cancellato anche 21 milioni di post contenenti scene di nudo o di sesso e, complessivamente, la società californiana ritiene che solo lo 0,09 per cento di visualizzazioni di foto e video riguarda elementi che violano gli standard della comunità sulla diffusione di pornografia o di nudi. Gli altri due ambiti principali su cui si concentra la battaglia del social network ai “post proibiti” sono la violenza esplicita e l’hate speech.

Nel primo caso, il gruppo statunitense ha rimosso o etichettato 3,5 milioni di elementi. La tecnologia di riconoscimento automatico di Facebook è riuscita a intervenire nell’86 per cento dei casi ancora prima che i contenuti venissero segnalati. I dati forniti da Menlo Park sono ancora preliminari, con metriche tuttora in fase di sviluppo. Ma, secondo il report, rispetto all’ultimo trimestre del 2017 il tasso di violenza esplicita è passato dallo 0,19 allo 0,27 per cento.

Per la diffusione dell’odio, invece, il social network ha ammesso che gli algoritmi “non funzionano ancora così bene” e tutto il lavoro deve essere comunque revisionato da persone in carne e ossa. Malgrado questo intoppo, l’azienda è riuscita a eliminare 2,5 milioni di post fra gennaio e marzo. Non a caso, però, Facebook ha confermato la volontà di portare a ventimila unità il team di revisori umani e di ingegneri con il compito di affiancare le tecnologie di intelligenza artificiale.

Ma il colosso statunitense ha pubblicato anche i dati relativi alle richieste di natura governativa, descritte nell’aggiornamento del Transparency Report. Rispetto alla prima metà del 2017, nel secondo semestre questa tipologia di istanze è cresciuta del quattro per cento, passando da 78.890 a 82.341 unità. Gli Usa hanno totalizzato 32.742 richieste, di cui il 62 per cento includeva anche un ordine di non divulgazione per proibire a Facebook di avvisare l’utente. Le procedure avviate dal governo per accedere ai dati di una singola persona sono state invece 3.979, approvate sotto qualche forma nel 66 per cento dei casi.

 

Fonte: Facebook

 

“Verifichiamo ogni richiesta governativa che riceviamo per essere certi che sia legalmente valida”, ha spiegato Chris Sonderby, vp & deputy general counsel del social network. “Se appare carente o eccessivamente ampia, la respingiamo e ci rivolgiamo al tribunale competente”. Comunque, malgrado i numeri promettenti, Facebook ha ammesso che c’è “ancora molto da fare per prevenire gli abusi, i parametri non sono perfetti e dobbiamo migliorare i processi interni e la tecnologia. Il lavoro è in continua evoluzione”, ha commentato Alex Schultz, vicepresidente Analytics della società.

Nel frattempo il New York Times ha rivelato che l’Fbi e il Dipartimento di Giustizia statunitense hanno aperto un’indagine su Cambridge Analytica, la società di marketing coinvolta nello scandalo datagate e fallita poche settimane fa. Il dossier sul tavolo degli inquirenti riguarda la stessa azienda e diversi cittadini americani riconducibili ad essa. Al momento sarebbero già stati interrogati dipendenti di Cambridge Analytica (fra cui la gola profonda Christopher Wylie, autore della soffiata che ha scoperchiato il calderone), rappresentanti delle banche in riconducibili agli affari della compagnia britannica e collaboratori di Facebook.