Pedinare” gli utenti attraverso il Web, seguendo la traccia dei “like” cliccati su siti vari: Facebook potrà continuare a farlo anche se l'individuo tracciato ha eseguito il log out dalla piattaforma, e non sarà colpevole di violazione della privacy. Così ha deciso il giudice Edward Davila della corte distrettuale di San Jose, California, mettendo fine a una disputa legale che si trascinava dal 2012. I querelanti, al contrario, avevano accusato l'azienda di Menlo Park di aver ingiustamente spiato la loro navigazione e attività online in vari modi, principalmente attraverso le interazioni con i pulsanti “like” inseriti su siti terzi.

Ogni volta che si clicca su questi plugin, il browser in automatico invia un'informazione sia ai server del sito Web sia a Facebook. Il meccanismo, funzionante anche qualora l'utente abbia eseguito il log out dal social network, già in passato aveva generato polemiche e preoccupazioni. Per questo la società di Mark Zuckerberg si era premurata di concedere la possibilità di negare il consenso (attraverso le impostazioni del profilo personale) per la raccolta dei cookie a fini pubblicitari, cioè per il confezionamento di annunci mirati.

Non che misure come queste abbiano del tutto placato le acque, come dimostra la recente multa da 150 milioni di euro inflitta dalla Commission Nationale de l'Informatique et des Libertes francese. Per il giudice Edward Davila, al contrario, Facebook non avrebbe violato la legislazione statunitense sulla privacy perché non è dimostrato che i querelanti avessero particolari aspettative in merito e perché non sono stati arrecati danni economici né di altro tipo. Molto rumore per nulla, insomma.

Inoltre, niente avrebbe impedito agli internauti di rendere privata la propria cronologia browser per esempio utilizzando strumenti di navigazione in incognito o di opt-out, come quello della Digital Advertising Alliance. “Le intrusioni dei Facebook avrebbero facilmente potuto essere bloccate, ma i querelanti hanno scelto di non farlo”, ha sentenziato la corte.