Facebook avrebbe rimosso dalla propria piattaforma post e pubblicità sponsorizzati dalla Russia proprio mentre un analista dei social media della Columbia University, Jonathan Albright, li stava raccogliendo per pubblicare i risultati di una ricerca. Il condizionale però è d’obbligo, in una faccenda tanto spinosa quanto sentita dall’opinione pubblica statunitense, in particolar modo a partire dalle elezioni presidenziali del 2016 che si ritiene siano state pesantemente condizionate dalla subdola propaganda russa in favore di Donald Trump. Secondo quanto riportato dal Washington Post, Albright stava passando al setaccio i post pubblicati da account ritenuti vicini a Mosca, quando Facebook ha deciso di rimuovere le informazioni pubbliche di ben 470 profili. L’analista era riuscito a scaricare soltanto i contenuti di sei pagine.

E qui ha origine il primo mistero. La versione del colosso di Menlo Park è che le informazioni fossero pubbliche perché lo strumento di analytics utilizzato da Albright, Crowdtangle (comprato dalla stessa Facebook nel 2016), presentava un bug poi risolto dall’azienda. Infatti, secondo le policy del social network, tutti i dati contenuti in pagine inattive non sono più accessibili al pubblico.

“Abbiamo identificato e sistemato una falla in Crowdtangle, che consentiva agli utenti di visualizzare dati in cache da pagine inattive”, ha spiegato il portavoce Andy Stone. Ovviamente non ci sono prove per verificare la versione del gruppo californiano. Danielle Citron, docente di legge dell’Università del Maryland, ritiene che Facebook sia nel giusto, perché se “non sussistono ragioni per cui (l’azienda, ndr) debba conservare i dati, come nel caso di ordini giudiziari, può liberamente decidere cosa far apparire sulla propria piattaforma”.

Comunque sia, la rimozione dei post ha depotenziato sensibilmente la portata del lavoro di Albright, così come quello di altri due ricercatori, Joan Donovan e Becca Lewis, che lavorano per l’organizzazione non profit Data and Society Institute. “Quando i social network non rendono pubbliche le informazioni per chi le vuole analizzare, finiscono per trarre le conclusioni che rispondono meglio ai loro interessi”, ha sottolineato con amarezza Donovan.

 

Mark Zuckerberg, fondatore e Ceo di Facebook

 

Non a caso esistono dei numeri ufficiali, forniti dalla stessa azienda, sulla portata della campagna russa. I già citati 470 account e pagine avrebbero acquistato circa tremila inserzioni pubblicitarie in grado di raggiungere un’audience di dieci milioni di persone. Ma, ad esempio, non è dato sapere quanti utenti hanno visualizzato i post gratuiti pubblicati.

Cifre decisamente inferiori rispetto alle prime scoperte di Albright. Soltanto per le sei pagine tracciate dal ricercatore, prima che il social le rimuovesse, sono stati identificati 19,1 milioni di interazioni: vale a dire condivisioni, commenti, “mi piace” e così via. È sufficiente rapportare il numero a tutti i 470 profili e si può vagamente intuire la portata teorica dell’iniziativa russofila, che soltanto dal punto di vista delle condivisioni potrebbe far impallidire le campagne social di alcuni fra i brand più noti del pianeta.