Lobbying a tappeto contro le leggi sulla privacy: ennesima critica, brutta figura e polemica si abbatte su Facebook, il social network più bersagliato dalla stampa nel 2018 e, se continua così, forse anche quest’anno. Il caso di Cambridge Analytica sembra aver lasciato strascichi di lungo periodo, nel contesto di una più generale attenzione al tema dei dati personali (pensiamo al Gdpr europeo, per esempio, e alla multa già inflitta a Google). I giornalisti di The Observer e Computer Weekly hanno visionato documenti  da cui emergono attività di lobbying “anti-privacy” e legami compromettenti con il mondo della politica.

Dai documenti, parte di un procedimento giudiziario che in California contrappone Facebook allo sviluppatore di app Six4Three, si deduce che Facebook ha promesso incentivi a centinaia di deputati e legislatori appartenenti a tutti e 28 i Paesi Ue, a Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile, nonché a figure di rilevo come l'ex cancelliere britannico George Osborne e l'ex primo ministro irlandese ed ex presidente del Concilio europeo Enda Kenny. Quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato usato per promuovere gli interessi della società di Mark Zuckerberg nel Vecchio Continente, a dispetto di un ruolo che si suppone dover essere neutrale.

Non è una scelta casuale: veterano del parlamento irlandese, Kenny è tra i candidati informali alla presidenza della Commissione Europea, poltrona attualmente occupata da Jean-Claude Juncker e che sarà riassegnata alla luce dei risultati delle elezioni di maggio. Chissà se lo sarà ancora, alla luce di documenti in cui l’irlandese viene indicato come uno degli “amici di Facebook”, con il quale esiste un “ottimo rapporto”.

Enda Kenny (foto: Wikimedia Commons)

 

I documenti testimoniano “l’apprezzamento” del politico per la scelta di collocare a Dublino il quartiere generale della multinazionale (e fin qui nulla di troppo scandaloso) ma anche la convinzione di Kenny che la sua presidenza sarebbe una “opportunità di influenzare le decisioni delle direttive europee sui dati”.

Dietro all’operazione di lobbying ci sarebbe la chief operating officer Sheryl Sandberg, preoccupata dalla minaccia “cruciale” che le leggi europee sulla privacy rappresentano per la sua azienda. La società non solo avrebbe promesso investimenti e incentivi ai politici suoi alleati, ma avrebbe anche minacciati di chiudere i rubinetti in caso di sostengo a leggi sulla privacy, non favorevoli a Facebook.

In risposta alle notizie, la società ha rimarcato che i documenti non avrebbero dovuto circolare, in quanto parte di un procedimento in corso, e che “al pari di altri documenti scelti apposta e pubblicati in violazione di un ordine di tribunale l’anno scorso, questi volutamente raccontano solo una versione dei fatti e omettono dati di contesto importanti”.