Non ci sono il Web, la pubblicità in tutte le forme, Android e Chrome tra i pensieri di Google. La società più importante del gruppo Alphabet (22 miliardi di dollari di fatturato trimestrale, sui 31,1 miliardi dell'intera holding) si dedica con piacere anche alle attività che fanno da corollario al business centrale e che rappresentano, forse, l'anima più innovativa di Big G. L'intelligenza artificiale associata alla domotica, lo sviluppo software e gli investimenti in startup sono tre aree in ascesa, certamente accerchiate dalla concorrenza ma parte di un mercato in cui sembra esserci ancora posto per tutti.

Il Google Assistant sta rapidamente conquistando nuovi territori. Il software di intelligenza artificiale, nato per Android e poi allargatosi sullo smart speaker Google Home, a inizio gennaio era supportato da circa 1.500 oggetti di domotica, mentre il numero è ora salito oltre cinquemila. La lista include gli altoparlanti smart e gli smart display, ma anche smart Tv, videocamere di sorveglianza, sistemi antifurto, citofoni smart, lavatrici, lavastovoglie, frigoriferi, termostati, condizionatori, ventilatori, interruttori della luce, purificatori d'aria e altro ancora. Il rivale da battere è chiaramente Alexa, rispetto a cui ci sono da recuperare due anni di ritardo giacché il lancio dell'assistente virtuale figlio (anzi, figlia) di Amazon risale al 2014 e quello di Google al 2016.

L'azienda amministrata da Sundar Pichai sottolinea ora gli sforzi compiuti per creare un “ecosistema aperto”, in cui gli svilupptori possano muoversi senza troppe costrizioni e potendo portare le proprie applicazioni su un numero e su una varietà crescente di dispositivi. L'allargamento della base territoriale di Google Assistant si deve alle collaborazioni con i produttori di hardware, mentre la sua evoluzione “intellettiva”, per così dire, è anche merito degli sviluppatori che hanno saputo arricchire il sofrware di base con nuove funzioni e abilità.

Per favorire ancora questo genere di creatività”, scrive Google, “inauguriamo un nuovo programma di investimento per le startup early-stage che condividono la nostra stessa passione per l'ecosistema dell'assistente digitale, e che ci aiuteranno a far crescere nuove idee e far evolvere le abilità dell'assistente digitale”. Il programma includerà iniezioni di capitale (che le startup useranno per assumere collaboratori e avviare le attività), consulenza e supporto di ingegneri software e progettitsti di Google, singole partnership che daranno accesso anticipato a strumenti di sviluppo e funzionalità nuove, e ancora la fornitura gratuita di servizi della Google Cloud Platform, del motore di ricerca, di YouTube e di strumenti di marketing.

Fra i prescelti per il nuovo giro di investimenti c'è GoMoment, startup autrice di un assistente virtuale “receptionist”, chiamato Ivy e già sperimentato da alberghi di Las Vegas come il Caesars Palace e il Treasure Island. Edwin è, invece, una sort di insegnante di inglese per studenti stranieri, ai quali somministra lezioni, test e consigli personalizzati. Hanno messo mano sui soldi di Google anche BotSociety e Pulse Labs, autrici di strumenti che consetono agli sviluppatori di progettare e testare applicazioni con interfacce vocali.

 

L'app di Ivy

 

A proposito di sviluppatori, possono drizzare le antenne e rivolgerle verso Mountain View anche quelli che si interessano di tecnologie diverse da quelle degli assistenti virtuali. Google ha appena pubblicato su GitHub un nuovo framework open source chiamato Asylo, con la promessa di risolvere uno dei crucci tipici di chi crea applicazioni: il funzionamento su molteplici architetture cloud. Con Asylo, cioè “posto sicuro” in greco antico, è possibile eseguire le app all'interno di ambienti (Trusted Execution Environments) che risultano protetti dalle minacce informatiche e che consentono grande scalabilità.