Huawei passa al contrattacco e sceglie le armi legali per difendersi dal bando statunitense sull’acquisto delle sue apparecchiature di rete. L’azienda ha dato mandato ai propri avvocati di trascinare in tribunale l’amministrazione Trump, con la causa che verrà gestita dalla corte del distretto orientale del Texas, dove la società cinese ha il proprio quartier generale a stelle e strisce. L’annuncio ufficiale è stato dato dal deputy chairman del gruppo, Guo Ping, il quale ha sottolineato come il Congresso statunitense non sarebbe ancora riuscito a produrre alcuna prova a supporto del bando, definito “incostituzionale”. “Un divieto che non solo è contrario alla legge”, ha aggiunto il manager citando il National Defense Authorization Act 2018 firmato da Trump, “ma danneggia anche i consumatori Usa perché impedisce di fatto a Huawei di operare all’interno di una competizione equa. Siamo impazienti di leggere il verdetto”. Sul gruppo pesano anche ben 23 capi d’imputazione: dal furto di tecnologie ai danni di T-Mobile alla violazione delle sanzioni all’Iran.

Il gigante di Shenzhen ha deciso però di evidenziare nuovamente la sicurezza delle proprie soluzioni, supportando la tesi con alcuni numeri. “La supply chain mondiale è stata funestata da diverse migliaia di debolezze e vulnerabilità”, ha spiegato John Suffolk, global cybersecurity and privacy officer. “Nel 2017 e nel 2018 le aziende che rendono pubbliche le falle hanno pubblicato i dettagli di 30mila bug. Fra le prime dieci società, nove erano americane”.

Nel frattempo gli occhi degli osservatori sono puntati soprattutto su due eventi. Il 27 marzo Trump e il presidente cinese Xi Jinping si incontreranno a Mar-a-Lago, in Florida, nella residenza personale del tycoon, per firmare con tutta probabilità un nuovo accordo sui dazi e sulle politiche commerciali. È quasi certo che il bando alle società del Paese del Dragone rappresenterà uno dei punti sul tavolo.

Insieme alla spinosa questione dell’estradizione di “lady Huawei”: la direttrice finanziaria Meng Wanzhou, figlia del fondatore dell’azienda, è agli arresti domiciliari a Vancouver dallo scorso dicembre e ieri si è appreso che la Corte suprema canadese della British Columbia ha rinviato all’8 maggio la prima udienza in cui si discuterà della vicenda. L’avvocato della donna, Richard Peck, ha sottolineato i dubbi circa le “motivazioni politiche” sulla richiesta di estradizione, riportando ovviamente la stessa posizione di Pechino.

La decisione finale spetterà comunque al ministro della Giustizia canadese. Sempre in queste ore la Cina ha formalizzato infine le accuse contro due cittadini canadesi arrestati a dicembre a distanza di poco tempo dal fermo della Cfo. L’ex diplomatico Michael Kovrig e l’uomo d’affari Michael Spavor verranno processati per spionaggio. Pechino ha sempre smentito che dietro alla vicenda ci fosse un collegamento con l’affaire Meng.