Per qualcuno è un’opportunità da cogliere o addirittura una necessità, per altri è un rischio, per altri ancora è un’incognita ancora da decifrare. L’Infrastructure-as-Service, più noto attraverso l’acronimo IaaS, è la componente forse più delicata e controversa del cloud computing, come dimostrano le opinioni discordanti emerse da una nuova indagine di Oracle. Condotto da Longitude Research su oltre 1.600 professionisti It residenti in Italia, Australia, Germania, India, Malesia, Arabia Saudita, Singapore, Corea del Sud e Regno Unito, lo studio ha evidenziato come oltre i tre quarti delle aziende, il 77%, vogliano ricorrere allo IaaS in una qualche misura entro i prossimi tre anni, mentre un sottogruppo corrispondente al 44% del campione intenda basare su di esso tutta o quasi tutta la propria infrastruttura It.

 

Si tratta di percentuali del tutto coerenti con la previsione emersa da innumerevoli ricerche sponsorizzate da vendor e indipendenti: il cloud ibrido, cioè quello che mescola risorse on premise e non, è destinato a diventare la nuova norma. La scelta architetturale più conveniente, quasi la più ovvia. Tutt’altro che ovvia, però, è attualmente la decisione di abbracciare lo IaaS senza remore. Il percorso di cambiamento è chiaramente ostacolato da pregiudizi “culturali”, per così dire, ma anche da limiti concreti.

 

 

Problemi reali e immaginari

Timori di sicurezza, di carenza di competenze tecniche interne alle aziende, e ancora la paura di incrementare la complessità dell’It e della sua gestione. Non manca quasi nulla nella lista delle motivazione che oggi, secondo gli intervistati di Oracle, stanno rallentando l’adozione dello IaaS. Il 47% dei professionisti It ha parlato di “preconcetti negativi” dei colleghi o superiori. Di che tipo? Ce n’è per tutti: nel 50% delle realtà esistono dubbi sulla sicurezza dell’opzione cloud per i dati critici aziendali; nel 49% si teme di compiere investimenti per tecnologie che cambieranno rapidamente e che quindi presto diventeranno obsolete; nel 48% delle organizzazioni si teme l’insorgere di “nuove complessità” e nel 47% la perdita di controllo su risorse, dati e applicazioni.

 

Questi pregiudizi, di fatto, stanno rallentando l’adozione dello IaaS in tutti i Paesi coinvolti dall’indagine, ma in alcuni più che in altri. In Italia, per esempio, il 42% delle aziende ha rinunciato o rimandato gli investimenti in cloud infrastrutturale, mentre in Germania ha fatto la stessa cosa solo il 30% delle imprese. Nel Regno Unito, invece, la percentuale sale al 50%.

 

 

 

C’è dunque da chiedersi se i timori sopra elencati corrispondano oppure no a pericoli reali. Se non un pericolo, il passaggio allo IaaS comporta effettivamente almeno delle criticità da affrontare: nel 26% delle aziende, riguardano la sicurezza dei dati e nel 28% alcuni costi extra. In merito ai costi, se da un lato è vero che con il cloud si risparmia (sull’acquisto, aggiornamento e manutenzione dell’hardware, per esempio), dall’altro lato in molti casi è necessario prevedere attività di formazione del personale o addirittura nuove collaborazioni o assunzioni. Il problema delle competenze, in ogni caso, è stato segnalato in media solo dal 16% degli intervistati italiani, sebbene la percentuale salga fra le aziende che sperimentano lo IaaS da meno tempo.

 

Il lato positivo della medaglia

A fronte di queste sfide da affrontare, lo IaaS può sicuramente generare vantaggi tangibili. Il 60% degli intervistati ha testimoniato una riduzione significativa dei tempi di deployment, mentre altri hanno parlato di incrementi di velocità  (il 52% degli utenti di lungo periodo) e di disponibilità e uptime (56% degli utenti di lungo periodo). In generale, la consapevolezza sui benefici dello IaaS tende a crescere nel tempo. Specularmente, il timore di non garantire la necessaria protezione ai dati migrati sulla nuvola tende a scemare via via che le aziende prendono confidenza con l’Infrastructure-as-Service.

 

 

La procedura di migrazione, inoltre, si rivela meno difficoltosa del previsto nella maggior parte dei casi (64% degli utenti di lungo periodo). “Esistono ancora dubbi e preconcetti”, si legge nello studio di Oracle, “che vanno tuttavia scemando con la graduale adozione da parte delle aziende e con il manifestarsi dei primi vantaggi”.