Un nuovo colosso del software, fatto dall’unione di Ibm e Red Hat, è all’orizzonte. Ed è un orizzonte ormai vicino e non più sfocato: l’antitrust dell’Unione Europea ha approvato senza riserve la manovra di acquisizione, annunciata nell’autunno del 2018 e da quel momento soggetta alle valutazioni degli enti regolatori. La portata dell’accordo, d’altra parte, richiedeva particolare attenzione da parte di chi è incaricato di presevare la libera concorrenza. A detta dell’antitrust europeo, non sussistono ragioni di potenziale preoccupazione.

 

La cifra record pattuita, 34 miliardi di dollari, è indicativa dell’importanza che Ibm attualmente riconosce all’open source e alle soluzioni per lo sviluppo applicativo in cloud, di cui Red Hat è specialista (i due prodotti di punta sono la sua edizione enterprise del sistema operativo Linux e la piattaforma per applicazioni in container OpenShift). Con l’integrazione si queste tecnologie Ibm potrà, fra le altre cose, espandere la propria offerta di software basato su abbonamento, compensando i cali del software in vendita e quelli dei server mainframe.

 

Nell’anno fiscale 2019 Red Hat ha ottenuto ricavi superiori ai 3,36 miliardi di dollari, in deciso rialzo sui 2,92 miliardi del 2018, mentre l’utile netto è salito tra un anno e l’altro da 261,85 milioni a poco meno di 334 milioni di dollari. Gartner riconosce alla società un punteggio corrispondente a “positivo” nel Vendor Rating (uno schema di valutazione diverso dal Magic Quadrant, perché in quest’ultimo si confrontano differenti fornitori di un segmento di mercato mentre nel Vendor Rating l’azienda viene considerata nei suoi punti di forza e debolezza). In sostanza, un punteggio “positivo” per Gartner significa che i clienti e i partner dell’azienda in questione possono continuare a investirvi con una certa tranquillità.