Sul lavoro a qualcuno piace l’interazione continua con i colleghi, altri hanno bisogno di silenzio per concentrarsi. Tra stanze private e open space, uffici tradizionali e luoghi di coworking, cartellini da timbrare e lavoro da remoto, oggi esistono molti modi per essere produttivi e dare il proprio contributo all’azienda. Ma qual è il migliore? Poly, l’azienda di unified communication recentemente nata dalla fusione di Plantronics e Polycom, ha incaricato la società di ricerche di mercato Savanta di indagare sul tema, e dalle interviste a oltre cinquemila professionisti in giro per il mondo (5.150 in Europa, Nord America, Asia e Oceania, sentiti nel mese di marzo 2019) è emerso un quadro variopinto. Un quadro in cui le differenze generazionali hanno una certa rilevanza, ma in cui esistono anche verità trasversali a tutte le fasce d’età.

 

Gli open space piacciono certamente di più ai giovani e relativamente giovani, cioè agli appartenenti alla Generazione Z (i nati dal 1995 in poi) e ai Millennial (o Generazione Y, i nati tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta): il 55% e 56% degli intervistati in queste categorie, rispettivamente, desidera lavorare in ambienti senza pareti. La percentuale degli apprezzatori scende al 47% nella Generazione X (i figli degli anni Sessanta e Settanta) e al 38% nei Baby Boomer (nati nel secondo dopoguerra), che rispetto ai colleghi più giovani considerano in maggior misura gli open space come fonti di distrazione. In queste due generazioni, per esempio, il 76% delle persone è o sarebbe infastidito dai colleghi che parlano al telefono o chiacchierano senza che ci siano porte e muri ad attutire il rumore. Ma il problema della distrazione è generalizzato: più di un intervistato su tre, sul totale del campione, ammette di essere quasi sempre o spesso distratto. Per il 55% degli intervistati, inoltre, il rumore fa perdere la concentrazione più volte nel corso della giornata in ufficio.

 

Non mancano nemmeno le segnalazioni di problemi durante le telefonate e le videoconferenze, problemi che naturalmente in un open space, dati i rumori ambientali, si amplificano. A volte la fonte di distrazione è il fatto che l'interlocutore dall'altra parte della cornetta o dello schermo si metta a parlare con qualcuno, altre volte è un video riprodotto a volume eccessivo sul suo Pc o smartphone, e addirittura c'è chi si lamenta del ticchettio della tastiera dell'altro (per il 27% è una distrazione "moderata", per il 16% è "elevata" e per l'8% è "molto elevata").

 

Una discreta percentuale di professionisti, il 56%, crede però che tecnologie di riduzione del rumore di fondo e di altro tipo (per esempio cuffie, microfoni e software di videoconferenza) possano ridurre al minimo le distrazioni. Anche su questo fronte le differenze generazionali si fanno sentire: il 35% degli appartenenti alla Generazione Z usa le cuffie per contrastare le fonti di distrazione, mentre solo il 16% dei baby boomer fa lo stesso; i professionisti che ammettono di non trovare una soluzione alle distrazioni negli open space sono tre volte più numerosi tra i Baby Boomer rispetto a quanto non siano nella Generazione Z.

 

Come osservato Jeanne Meister, socia fondatrice di Future Workplace, una società di consulenza e di ricerca sulla risorse umane. ““Oggi abbiamo quattro generazioni che lavorano negli stessi spazi, fatto che costringe le aziende a riconsiderare le definizioni tradizionali di ciò che rende un ufficio produttivo e di come i loro dipendenti possano collaborare al meglio”.