La Russia stringe la morsa attorno ai servizi che archiviano i dati degli utenti su server al di fuori del suo
territorio. Tempo fa, a seguito delle sanzioni di Washington per la crisi
Ucraina, la Duma aveva manifestato l'intenzione di chiudere l'accesso in Russia
ai molti servizi web che non adempivano alla legge secondo la quale tutte le
comunicazioni via Internet debbono essere conservate per un periodo minimo di
sei mesi in server installati all'interno della Federazione.
Ieri sera la Duma ha approvato il disegno di legge: un
segnale che i servizi diffusi e di uso comune come Skype, Gmail, YouTube,
Twitter, Facebook e WhatsApp, per fare gli esempi più lampanti, rischiano
davvero di finire al bando.
Anche perché i vincoli cominciano a diventare tanti: da una
parte i server devono risiedere in Russia, dall'altra le aziende straniere
parrebbe che non saranno autorizzate a inviare i dati al di fuori della Russia,
a meno che non siano in grado di fornire garanzie in materia di sicurezza e
privacy.
La legge dovrebbe diventare esecutiva a fine 2016, quindi le
aziende interessate hanno circa due anni per adattarsi al cambiamento, che
comporta costi decisamente alti. Anche perché la Russia è vista come una grande
opportunità di espansione da Google, PayPal, Skype e altri.
Fra le ipotesi alla base delle cause di questa decisione ci
sono i dubbi sulla privacy e lo spionaggio sollevati dal datagate scatenato da Edward
Snowden, la talpa che peraltro è anche rifugiato politico in Russia. Però sono
da tenere in conto anche la rappresaglia contro gli Stati Uniti per le sanzioni
economiche e il fatto, non indifferente, che Putin vorrebbe un maggiore
controllo su ciò che viene trasmesso dentro e fuori del Paese tramite Internet.
Un mix complesso e delicato, che si spera ancora sia possibile equilibrare a difesa
della libertà dei cittadini russi.