Buone notizie per Samsung, ma le vendite di Galaxy e di semiconduttori questa volta non c'entrano. Per Lee Jae-Yong, uno dei massimii dirigenti dell'azienda sudcoreana e figlio del patron Lee Kun-hee, le porte del carcere si aprono di nuovo, ma questa volta per lasciarlo uscire. Dopo solo un anno trascorso in cella – sui cinque decisi dalla sentenza di primo grado – il quarantanovenne ha ottenuto da un tribunale di Seoul il dimezzamento della pena a due anni e mezzo e la sospensione della pena stessa. Un trattamento giudicato da molti osservatori come un po' troppo benevolo, spia di una giustizia che tende a perdonare facilmente chi detenga potere o ricchezza. La tesi di Samsung, al contrario, è sempre stata quella dell'innocenza.

In primo grado Lee Jae-Yong era stato considerato responsabile di corruzione, falsa testimonianza, appropriazione indebita e trasferimento illegale all’estero di beni sociali. In cambio dei soldi (l'equivalente di 38 milioni di dollari, secondo l'accusa) versati alle due fondazioni controllate da Choi Soon-sil, amica e consigliera occulta della ex presidente Park Geun-Hye, avrebbe ottenuto favori politici per prendere controllo della società a discapito degli azionisti di minoranza.

Samsung è solo uno dei grandi nomi coinvolti nello scandalo corruzione ribattezzato dai media come “Choi-gate”. Scandalo che aveva portato nel dicembre del 2016 all'impeachment di Park Geun-Hye. In attesa di un nuovo processo che passerà in mano alla Corte Suprema, per ora l'erede della dinastia Samsung potrà tornare a rivestire tutti i suoi precedenti incarichi, con l'unico limite di non poter viaggiare all'estero.

E mentre l'azienda macina successi commerciali e nuovi record di profitto, il rischio prefigurato dagli avvocati di Lee Jae-Yong è quello di una macchia indelebile nell'opinione pubblica, che potrebbe continuare ad associarne il nome alla vicenda nonostante, a detta dei legali, non ci sia stata colpa.