In Italia esiste una doppia velocità tecnologica, che fa crescere lentamente gli investimenti Ict più tradizionali (in hardware, software e servizi) e, al contrario, rapidamente e a doppia cifra tutti i segmenti più innovativi del mercato, come le soluzioni per il cloud, i Big Data, gli analytics, la cybersecurity, i social media e l’Internet of Things. È questa la fotografia italiana, non del tutto inedita, emersa e discussa nella giornata che Assinform e Confindustria Digitale hanno dedicato al tema della trasformazione digitale delle aziende (o, per dirla in breve, della “impresa 4.0”) e della Pubblica Amministrazione.

Nel rapporto sulla spesa Ict tricolore del 2015, realizzato insieme a NetConsulting Cube, Assinform aveva già evidenziato una crescita lenta degli investimenti, a +1% rispetto al 2014 e ben sotto alla media mondiale del +2,4%. E già allora era emersa la contrapposizione fra lo stallo dei mercati più tradizionali e il dinamismo di quelli innovativi. A questi dati si aggiunge la stima per il futuro immediato: un 1,5% di incremento della spesa italiana previsto per quest’anno (65,9 miliardi di euro), mentre il 2018 segnerà un rialzo del 2% (68,4 miliardi).

Dallo studio di NetConsulting Cube “Il digitale in Italia nel 2016” non emerge un’Italia in ritardo generalizzato, poiché anzi sui cosiddetti digital enabler (cioè cloud, Big Data, Iot, mobile e le altre tecnologie che permettono di digitalizzare il business o i servizi al cittadino) cresciamo del 16%, in linea con le tendenze internazionali. La cifra doppia è abbastanza forte da poter impattare positivamente anche sulla domanda per le componenti tradizionali dell’Ict, e quindi su hardware, software applicativo, servizi informatici e di telecomunicazione.

“I tassi di incremento a due cifre degli investimenti nelle tecnologie abilitanti”, ha commentato Agostino Santoni, presidente di Assinform, “evidenziano che è in atto un vivace e robusto fenomeno di infrastrutturazione innovativa, che tuttavia riguarda ancora una frazione troppo limitata del Paese. Soprattutto le piccole e medie imprese, che costituiscono il 99% del nostro tessuto produttivo e contribuiscono a oltre il 50% del Pil, così come gran parte della Pa, continuano a rimanere ai margini dell’evoluzione digitale”.

Notizie confortanti arrivano invece dalle startup. Come ricorda il presidente di NetConsulting Cube, Giancarlo Capitani, a fine giugno il numero di quelle iscritte nel registro delle imprese innovative delle Camere di Commercio era arrivato a circa seimila. Per far fruttare questo potenziale imprenditoriale serve però un ambiente favorevole allo sviluppo di ecosistema di incubatori e, soprattutto, venture capital.

 

 

La via italiana all’Industria 4.0
La diffusione delle tecnologie per la fabbrica 4.0 in Italia è ancora limitata, anche se il processo di adozione sta accelerando decisamente. Robotica, automazione, stampa 3D, additive manufacturing, cloud computing, analytics, piattaforme per l’Internet of Things, interfacce uomo-macchina sono elementi che possono trasformare e accelerare l’industria, ma da soli non bastano: servono progetti di filiera e finanziamenti che li sostengano. Solo così tutte queste tecnologie potranno lavorare insieme, all’interno di sistemi interconnessi.

Bisogna però sottolineare che, secondo l’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, solo l’8% dei responsabili delle operations di imprese italiane medie e grandi (sui 220 intervistati) ha già implementato sistemi associabili alle logiche di Industry 4.0.

“Oggi stiamo progettando la via italiana all’industria 4.0”, ha commentato Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale. Un percorso che va inteso “non solo come rilancio della manifattura attraverso le nuove tecnologie ma anche come reinvenzione in ottica digitale delle filiere, dei distretti, fino a contaminare d’innovazione l’intera catena dei fornitori, la logistica, il territorio, l’azione delle Pa locali. Obiettivo è portare la manifattura italiana dall’attuale 15% di contributo al Pil ad almeno il 20%, trascinando così verso la crescita l’intero Paese”.

 

Dati: Assinform -NetConsulting Cube

 

I motori della trasformazione
I Big Data analytics sono la priorità di investimento dei Cio da anni, ma il livello di utilizzo di questi strumenti a regime si ferma al 17% fra le imprese medie e grandi e sale solo al 27% in termini di progetti pilota in alcuni ambiti specifici. L’e-commerce B2B, inteso come sistemi di integrazione di filiera e di processi inter-aziendali, entusiasma ancora meno: solo il 10% del transato degli scambi fra le imprese italiane è digitalizzato. Parliamo di circa 260 milioni di euro su un totale di 2.700 miliardi.

Per quanto riguarda l’utilizzo dei dispositivi e delle applicazioni mobili in ambito lavoratico, oggi in Italia si contano 13 milioni di professionisti, di un po’ tutti i settori, che sfruttano questa possibilità. A detta dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’incremento di produttività legato all’uso degli strumenti mobili è calcolabile in circa 10 miliardi di euro.

A proposito del cloud, possiamo dire di essere usciti dalla fase più acerba, anche se i tassi di adozione si fermano al 20% delle piccole imprese e al 30% delle medie. Nello Stivale si contano anche decine di milioni gli oggetti connessi, tra infrastrutture delle utility, automobili connesse, vending machine e dispositivi di domotica, mentre ancora non si può parlare di una piena affermazione dell’Internet of Things in settori come il retail, l’agricoltura e le smart city.