Nuovi combattenti, cioè Microsoft, Amazon ed Expedia, si aggiungono all'esercito pacifico delle aziende tecnologiche e Web pronte a contrastare la politica anti-immigrazione di Donald Trump. Le tre società hanno promesso battaglia legale all'ordine esecutivo firmato pochi giorni fa dal neopresidente, un atto che – oltre a stabilire nuove regole sulla privacy dei non statunitensi – vieta l'ingresso negli Usa ai cittadini provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. A detta di Reuters, Microsoft sosterrà l'azione legale annunciata dal procuratore generale dello Stato di Washington, Bob Ferguson, e ha già fornito informazioni circa l'impatto del veto trumpiano sul proprio business. Un portavoce della società di Redmond, Pete Wootton, ha comunicato che “saremo felici di testimoniare ulteriormente, se necessario”.

 

La causa aperta da Bob Ferguson vuol far dichiarare incostituzionale l'ordine esecutivo anti-immigrazione

 

D'altra parte nei giorni scorsi Microsoft aveva già espresso preoccupazioni e aveva fatto sapere (sia alla stampa, sia con una lettera aperta ai dipendenti) di voler fornire consulenza legale e assistenza a tutti i dipendenti delle sette nazionalità interessate. Non si tratta di semplice solidarietà o espressione politica, perché le nuove regole in materia di immigrazione possono limitare gli spostamenti dei dipendenti e anche la ricerca di nuovi talenti. Sul tema si è espresso anche il Ceo, Satya Nadella, scrivendo su LinkedIn di avere “sia sperimentato personalmente, sia osservato l'impatto positivo dell'immigrazione sulla nostra azienda e sul Paese”.

Interessando lo Stato di Washington, la battaglia legale capitanata da Bob Ferguson non può recplutare supporter nella Silicon Valley. Ma nell'area di Seattle Microsoft non è certo sola: come riporta l'Independent, anche Jeff Bezos è pronto a schierare la sua Amazon sul fronte anti-Trump. Oltre ad aver rassicurato i dipendenti sulla disponibilità di un eventuale assistenza legale, il Ceo ha detto di aver già preparato una dichiarazione di supporto al procuratore Fergus. Quest'ultimo ha citato anche Expedia fra le società pronte a sostenere la battaglia.

In California, intanto, simili posizioni di dissenso sono state espresse da Apple (“Apple non esisterebbe senza l’immigrazione”, ha scritto Tim Cook), Twitter e Netflix, mentre Google e Uber sono passate ai fatti istitutendo dei fondi “anticrisi” da milioni di dollari. Quasi impossibile schierarsi diversamente, dato che secondo il Silicon Valley Index quasi tre quarti dei professionisti 24-44enni che lavorano in questa regione non sono nati negli Usa.