La Cina imita gli Stati Uniti e punta a far rientrare in patria i capitali tecnologici. Pechino ha annunciato il varo di nuove misure per favorire i colossi hi-tech nazionali, dando al contempo maggiori possibilità agli investitori di supportare economicamente le aziende. Come? Con il lancio dei chinese depositary receipts (Cdr) per questo settore: costruiti in modo analogo agli Adr statunitensi, questi certificati (comprati e venduti in yuan) permetterebbero alle società cinesi quotate su mercati esteri di accedere ai capitali degli investitori nazionali. Sono infatti numerose le compagnie del Dragone che hanno scelto di sbarcare su exchange stranieri, come New York o Hong Kong. Ma Pechino vieta ai cinesi di scommettere su questa realtà. Il risultato è che una larga parte di capitale rimane bloccato, in quanto gli investitori trovano a listino solo le aziende statali e ben poche società innovative come le startup hi-tech.

Sfruttando le nuove norme, le compagnie potrebbero anche effettuare un’offerta pubblica iniziale (Ipo) in patria quotandosi a Shanghai o Shenzen. Al momento, però, i chinese depositary receipts si trovano in una fase pilota e possono essere utilizzati soltanto da realtà che rispondono a determinati paletti, come un valore di mercato superiore a duecento miliardi di yuan (circa 31,7 miliardi di dollari).

Considerate le dimensioni dell’hi-tech del Dragone, però, l’elenco non sarebbe così ristretto. I Cdr si applicherebbero, per esempio, ad Alibaba, Tencent, Jd.com e Baidu, ma anche a unicorni come Xiaomi (ormai prossima all’Ipo) e Ant Financial. Allentare la presa sulla circolazione di capitale significherebbe far fluire nelle casse di queste organizzazioni una quantità spropositata di denaro fresco.

Bloomberg ha infatti calcolato che il mercato azionario cinese registra quotidianamente transazioni per 73 miliardi di dollari. Hong Kong, dove molte aziende del Dragone sono quotate, arriva soltanto a 13 miliardi.