Apple si schianta contro la Corte Suprema statunitense. Il massimo tribunale degli Usa ha ritenuto fondate le ragioni per consentire ai consumatori di avviare una class action contro la Mela: le cause riguarderanno le commissioni applicate da Cupertino sull’App Store. Il colosso californiano incassa infatti il 30 per cento dei ricavi generati sul marketplace e la policy, almeno a livello teorico, danneggia gli sviluppatori che vedono ridursi i propri guadagni. Secondo la Corte Suprema, invece, il peso delle commissioni non viene scaricato sui creatori del software ma, di fatto, va a pesare sul prezzo finale e, quindi, sui consumatori. Il tribunale ha spiegato la propria visione in un blog post. Il controllo assoluto imposto da Cupertino sull’App Store potrebbe prefigurarsi come un monopolio che danneggerebbe gli utenti.

La decisione della Corte non è però arrivata in modo indolore. L’organo si è spaccato, con cinque giudici che hanno votato a favore delle class action e quattro che si sono invece opposti. Il parere del tribunale è conforme a quello espresso da una corte di grado inferiore, che si era già espressa in favore delle cause a tutela dei consumatori. Era stata proprio Apple che, appellando quella decisione, aveva trascinato la vicenda direttamente a Washington.

Ovviamente, non è detto che eventuali class action si possano tradurre in condanne. Ma è bastato il parere sull’ammissibilità per scatenare un’ondata di vendite sul titolo della Mela. Ieri a Wall Street l’azienda ha perso oltre il 5,8 per cento, toccando i minimi da marzo. Ad aggravare la situazione si è aggiunto anche il rialzo dei dazi (dal 10 al 25 per cento) voluto da Donald Trump su 200 miliardi di dollari di prodotti importati dalla Cina.

Il Paese del Dragone è il mercato principale di Apple dopo gli Stati Uniti e, malgrado il rallentamento registrato negli ultimi trimestri, rappresenta ancora un’area vitale. Se le class action dovessero essere ritenute valide dai vari tribunali americani, la Mela rischia di dover pagare rimborsi miliardari. Mark Rifkin, uno degli avvocati che tutela gli interessi di alcuni consumatori, ha già dichiarato battaglia.

La società californiana si è invece difesa sostenendo che l’App Store non rappresenta affatto un monopolio. “Siamo fiduciosi, le nostre ragioni prevarranno”, ha spiegato la Mela in un comunicato. Secondo Cupertino, il prezzo finale delle applicazioni viene stabilito liberamente dagli sviluppatori. La compagnia, come previsto dal contratto di utilizzo del marketplace, si limita a tenere per sé il 30 per cento del ricavato, garantendo però il corretto funzionamento del negozio online e altri servizi.