La privacy dei servizi di Google fa un viaggio, dal sole di Mountain View alle bellezze di Monaco di Baviera. Nella città tedesca apre ufficialmente i battenti, come annunciato dal Ceo Sundar Pichai, un Google Safety Engineering Center: un centro di ricerca in cui il tema della riservatezza e della protezione dei dati all’interno dei servizi di Big G sarà studiato a fondo, sia per definire eventuali problemi sia per sviluppare nuove funzionalità e soluzioni. A regime, entro la fine dell’anno, qui lavoreranno circa duecento “privacy engineer” (attualmente sono un centinaio), cioè informatici e ingegneri esperti del tema, che si confronteranno costantemente con altri collaboratori di Google dislocati in tutta Europa.

L’Europa, in effetti, è una materia delicata da trattare, sottoposta contemporaneamente a più normative in materia di raccolta, scambio, analisi e conservazione dei dati. In particolare due: il Privacy Shield, che regola i rapporti tra le aziende nordamericane e i dati dei cittadini Ue, e il Gdpr, che invece impone il rispetto di alcuni principi e pratiche (conservazione minima, anonimizzazione, certezza della collocazione dei dati, eccetera) sia alle società europee sia a quelle extraeuropee che abbiano una presenza nel Vecchio Continente.

Nelle intenzioni esposte da Pichai, la Germania diventerà “un hub globale per le attività di ingegnerizzazione della privacy”, trasversalmente a tutti i prodotti di Google. Il frutto dell’opera dei duecento ingegneri confluirà in “prodotti che saranno usati in tutto il mondo”, e dunque non solo nel Vecchio Continente. Possiamo però già parlare al presente per alcuni dei prodotti finora sviluppati grazie al lavoro del team di Monaco, per esempio il Google Account (da cui gli utenti possono gestire e modificare le impostazioni di privacy), le impostazioni sui cookie in Chrome e controlli di privacy inseriti all’interno di Search. La società è attualmente all’opera per distribuire questi strumenti anche in Maps, Google Assistant e YouTube.

Inutile, quasi, sottolineare che il tema della riservatezza dei dati è ancora scottante, per l’onda lunga dello scandalo di Cambridge Analytica. Lo scorso dicembre l’antitrust italiano ha multato per 10 milioni di euro Facebook Ireland Ltd, colpevole di aver fornito agli utenti, in fase di registrazione al servizio, informazioni “generiche e incomplete, senza adeguatamente distinguere tra l’utilizzo dei dati necessari per la personalizzazione del servizio […] e l’utilizzo dei dati per realizzare campagne pubblicitarie mirate”. Ed a Google è costata cinque volte tanto, 50 milioni di euro di multa da parte del garante della privacy francese, l’inosservanza di uno dei principi del Gdpr: la società ha mancato di fornire informazioni trasparenti e facilmente accessibili sul trattamento dei dati personali degli utenti.