Il lavoro del futuro sarà sempre più soft. Forse non dal punto di vista degli orari o dell’impegno richiesto, ma sicuramente sotto il profilo delle competenze cosiddette “morbide”, vale a dire le soft skills, destinate a bilanciare sempre più le conoscenze tecniche. Queste ultime, infatti, per quanto ancora rilevanti, rivestono già oggi un ruolo complementare rispetto a caratteristiche come la capacità di lavorare in gruppo e la proattività: elementi tenuti in grande considerazione sia dai dipartimenti di risorse umane che dagli stessi candidati. È questo uno dei punti centrali dell’Osservatorio InfoJobs 2015, lavoro annuale condotto dalla società di recruiting. Alcuni dati: secondo il 67% dei candidati coinvolti nel sondaggio la voglia di imparare è la caratteristica tenuta in più alta considerazione dalle aziende, seguita dalla capacità di lavorare in gruppo (66%), dalla flessibilità di ruolo e orari (50%) e, solo al quarto posto, da un bagaglio di competenze tecniche aggiornato (44%).

Scenario che trova riflessi anche dall’altra parte della barricata. Per le imprese contano soprattutto autonomia e proattività (58%), capacità di lavorare in gruppo (56%), voglia di imparare (55%), flessibilità di ruolo e orari (43%) e competenze tecniche aggiornate (42%). In particolare, stanno mutando anche le tipologie di conoscenze richieste agli aspiranti lavoratori. Il digitale, grazie alla sua forza pervasiva, sta scalando le classifiche e saper gestire le “tecnologie 2.0” è ormai un elemento cruciale.

Il 46% dei candidati e il 57% delle aziende riconoscono infatti come il possesso di competenze aggiornate in ambito digitale sia fondamentale a prescindere dalle mansioni, dal grado di responsabilità o dal ruolo ricoperto. A questi si aggiungono il 35% dei candidati e il 25% di imprese secondo cui le abilità 2.0 sono importanti come integrazione e supporto di un bagaglio tecnico maggiore, mentre solo per il 4% dei dipendenti e il 5% delle compagnie l’acquisizione di competenze digitali non è un aspetto di primaria importanza.

Stabilita l’importanza di una formazione tecnologica adeguata, qual è lo stato attuale di queste conoscenze? Secondo i dati rilevati da Infojobs e presentati durante un convegno in Assolombarda emerge un gap di percezione tra candidati e aziende, con il 46% dei primi che giudica positivamente le proprie competenze digitali a fronte di un misero 24% delle seconde che, invece, reputa adeguata la formazione su questo aspetto. È il margine di miglioramento riguarda soprattutto le persone meno giovani.

 

 

Cosa fare allora per colmare le lacune? La prima risorsa da sfruttare è proprio il lavoro stesso, che permette l’accumulo dell’esperienza necessaria per affermarsi. Questo orientamento è confermato dal 65% dei candidati e dal 46% delle compagnie, mentre la formazione universitaria riveste un ruolo del tutto secondario (3% dei lavoratori e 7% delle imprese). Più efficaci dello studio in ateneo, invece, la formazione in azienda (19%), anche se il 14% la ritiene insufficiente, e i corsi erogati da enti esterni (13%). Meno considerate le esperienze all’estero, indicate solo dal 6% del campione come elemento veramente differenziante.

Infine, analizzando le ambizioni dei candidati sul posto di lavoro ideale, emerge come la dimensione professionale ideale sia una realtà solida a misura d’uomo. Vale a dire il mondo delle Pmi, che piace al 41% degli intervistati. Il 13% dei candidati ritiene invece le condizioni economiche prioritarie, anche a fronte di un contratto a termine. Dato che viene confermato anche dal punto di vista delle aziende.