Uno spazio di lavoro digitale “a prova di futuro” deve essere flessibile, aperto e totalmente in cloud. È questa la visione espressa da Citrix durante la conferenza Synergy che si è chiusa ieri ad Atlanta. La nuvola è un elemento centrale nella strategia del vendor e l’apertura garantita dalle nuove soluzioni dell’azienda statunitense è totale: “Non importa dove il cliente decide di lanciare i propri carichi di lavoro, è un elemento che non ci riguarda”, ha spiegato a IctBusiness.it il Cto di Citrix, Christian Reilly. “La possibilità di scegliere è fondamentale perché non obbliga l’utente a prendere una direzione precisa e forzata. Supportiamo tutti i principali ambienti di cloud pubblico, anche se ovviamente ogni piattaforma ha caratteristiche diverse e quindi non possiamo coprire ogni aspetto”.

 

Ma le aziende sono davvero pronte per il cloud?

Credo ci si trovi ancora in una fase di transizione. Quasi tutti i nostri clienti hanno una strategia in questa direzione, ma nessuno è al 100 per cento cloud: alcuni hanno puntato sulle soluzioni infrastrutturali, altri sulle piattaforme (come Kubernetes), altri infine sul Software-as-a-Service. Credo che la maggior parte delle aziende ad oggi si trovi a suo agio con il SaaS. Ecco perché una piattaforma come quella di Citrix può rappresentare un’evoluzione naturale e una spinta ulteriore all’adozione del cloud.

 

E, fra linee di business e It, chi è più preparato come mentalità?

Per quanto riguarda il SaaS sicuramente le linee di business: controllano e sanno utilizzare le applicazioni perché devono governare alla perfezione i processi supportati dagli applicativi (Hr, finance, legale, eccetera, ndr). Le linee spingono sull’adozione del SaaS per due ragioni: innanzitutto perché è un modo per superare le soluzioni legacy, in secondo luogo perché il mercato si sta muovendo verso strumenti molto standardizzati, che aumentano la produttività. Le persone sanno usare questi software a prescindere dall’azienda per cui lavorano. L’It guida invece ancora l’adozione delle componenti infrastrutturali, per guadagnare ad esempio in termini di flessibilità o efficienza. Credo esista questa dicotomia all’interno delle imprese.

 

Christian Reilly, Cto di Citrix

 

Qual è il ruolo dell’It (e dei Cio) nel contesto della trasformazione digitale?

Per anni si è detto che la figura del Cio deve essere parte del business. Credo che i chief innovation officer debbano svolgere un ruolo fondamentale nella gestione della prossima generazione di tecnologie abilitanti, ma ancora oggi si occupano soprattutto di “tenere accesa la luce”. Una quota significativa di spesa It è infatti destinata alla gestione dell’esistente. Mentre le aziende cambiano è fondamentale una partnership tra il chief digital officer, il chief marketing officer, il Cio e altri C-level. Quello che io chiamo “new style Cio” deve essere certamente attento alle nuove tecnologie, ma deve avere anche competenze di business per essere certo che ogni dollaro investito in tecnologia sia valorizzato al massimo. Un Cio tradizionale continua a riportare al Cfo, mentre nel “nuovo mondo” riporta all’amministratore delegato e agli altri C-level.

 

Che cosa significa considerare lo spazio di lavoro digitale come una piattaforma, anziché come un catalogo di applicazioni? E che cosa ha comportato in termini di sviluppo e ingegnerizzazione?

Le origini della trasformazione della nostra soluzione di digital workplace risalgono al passaggio di Citrix al cloud, che comportò numerosi cambiamenti non solo dal punto di vista dell’architettura e dello sviluppo dei prodotti, ma anche da quello delle operations: un conto è gestire una piattaforma in cloud, un altro è consentire ai clienti di installare del software in casa. La sua natura è interessante perché al cuore c’è tutta la filosofia dell’integrazione che abbiamo deciso di sposare: un’integrazione che presuppone la presenza di alcuni nostri servizi e di altri componenti terzi, che sono parte della natura estensibile della piattaforma. Va pensata come un ambiente Api first. Quando si utilizza software tradizionale on-premise molte interfacce sono pensate solo per alcuni sistemi individuali. Con questo approccio, invece, i componenti della soluzione possono essere estesi verso qualsiasi ecosistema, compreso quello dei clienti. Non a caso, nel corso del tempo, abbiamo visto che gli utenti tendono a creare le loro applicazioni e micro flussi di lavoro che diventano poi parte di quella che abbiamo chiamato “intelligent experience”.

 

Oltre alla flessibilità e all’apertura garantita dalla piattaforma, avete rimarcato più volte il tema della sicurezza: che approccio avete seguito?

Abbiamo scelto una strada diversa: anziché concentrarci sulla sicurezza di rete e dispositivi abbiamo deciso di analizzare costantemente i comportamenti dell’utente nell’ambiente di lavoro, per capirne le intenzioni tramite i dati che vengono raccolti. La componente di analytics è fondamentale ed è stata sviluppata sia internamente sia tramite l’apertura verso strumenti terzi (come il Microsoft Security Graph, la cui integrazione è stata annunciata al Synergy di Atlanta, ndr). In questo modo possiamo importare informazioni importanti, come i dati di autenticazione provenienti da Azure Active Directory. Con gli analytics possiamo concentrarci esattamente sugli utenti e costruire un modello che aiuta l’It a individuare comportamenti anomali. È così possibile reagire molto più velocemente rispetto alle soluzioni tradizionali. Sulla sicurezza continueremo a investire molto.