Non esistono “profili ombra” su Facebook, ma per motivi di sicurezza il social network raccoglie anche i dati di persone non iscritte alla piattaforma. Mark Zuckerberg, durante l’audizione alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti successiva all’analogo appuntamento al Senato, ha cercato di chiarire un aspetto decisamente controverso di cui si parla da molto tempo. Una teoria, emersa già cinque anni fa in seguito a una violazione dei sistemi del social network, secondo cui l’azienda di Menlo Park raccoglierebbe informazioni anche sui non iscritti alla piattaforma. Messo all’angolo dal deputato Ben Lujan del New Mexico, che ha chiesto al Ceo di Facebook se la società avesse “profili dettagliati di persone mai registrate”, Zuckerberg ha risposto così: “In linea generale raccogliamo dati di individui non iscritti a Facebook per motivi di sicurezza, con l’obiettivo di impedire lo scraping delle informazioni”, un metodo che fino a pochi giorni fa aveva permesso ai sistemi automatici di ottenere dati pubblici, come i numeri di telefono degli utenti. L’azienda ha poi modificato le proprie policy per evitare procedure di questo genere.

“Quindi sono questi i cosiddetti profili ombra, come riferito da qualcuno?”, ha incalzato il deputato Lujan. “Signore, non sono a conoscenza di tutto ciò”, ha replicato Zuckerberg. Ma il rappresentante del New Mexico ha aggiunto: “Utilizzerò questo termine durante l’audizione. In media, di quanti data point dispone Facebook per ogni utente?”. Il Ceo del gigante californiano ha dichiarato di non saperlo, ma che avrebbe girato la domanda ai propri collaboratori per fornire una risposta in un secondo momento.

Il “duello” è però proseguito e Lujan ha modificato il quesito riferendosi alle persone che non si sono mai iscritte alla piattaforma, ma che in qualche modo sono entrate in contatto sul Web con il social network o con suoi membri registrati. “È chiaro come Facebook raccolga informazioni su non utenti. La mia domanda, ora, è la seguente: è possibile per una persona che non possiede un profilo Facebook sfilarsi da questa involontaria raccolta di informazioni?”, ha chiesto il deputato.

“Chiunque può disattivarla o chiamarsene fuori (effettuando l’opt-out, ndr) per quanto riguarda la pubblicità, a prescindere che si utilizzi il servizio o no, ma per impedire lo scraping dobbiamo sapere se qualcuno tenta di accedere ripetutamente alla piattaforma”, è stata la risposta finale del Ceo, che non sembra però avere convinto del tutto Lujan: “È sorprendente che non se ne sia parlato oggi. Ottenete informazioni di persone che non hanno mai dato l’assenso. Dovremo sistemare questo aspetto”.

 

 

Nuove proposte di regolamentazione, mentre l’Europa si fa sentire

Sullo sfondo delle due audizioni di Zuckerberg al Congresso è sempre rimasto il tema della regolamentazione di Facebook e dei social network in generale. Lo stesso creatore della piattaforma di Menlo Park ha ammesso che il mercato abbia bisogno di certe norme, “ma si deve fare attenzione”, ha ammonito. Regolamentare i social, e più in generale il Web, potrebbe tagliare le gambe alle startup e alle aziende più piccole, garantendo prosperità solo ai colossi. È questa la condivisibile opinione di Zuckerberg, il quale non ha mai amato sentir parlare di una seria regolamentazione.

Il Ceo, durante le audizioni, non ha mai acconsentito esplicitamente a voler sostenere proposte legislative di questo genere. Né ha affermato che il modello di business su cui si basa Facebook, vale a dire la vendita di pubblicità, cambierà in futuro. Ha però aperto uno spiraglio su una versione alternativa del social network, vale a dire una piattaforma a pagamento che permetta agli utenti di “spegnere” del tutto la pubblicità. E, di conseguenza, la trasmissione di dati a terzi.

Nel frattempo l’Alta corte irlandese ha chiesto (ottenendo il via libera) alla Corte di Giustizia europea di chiarire se le procedure di invio dati degli utenti europei negli Usa rispettino le norme sul trattamento delle informazioni. Il caso è nato in seguito alla richiesta di chiarimenti di un avvocato e attivista per la privacy austriaco, Max Schrems, che ha voluto capire se i metodi di trasferimento di dati verso i server americani di Facebook (e di altre aziende) rispettassero la normativa comunitaria del Privacy Shield.

Il dubbio dell’Alta corte irlandese, e di Schrems, è se gli Stati Uniti possano effettivamente garantire un adeguato livello di protezione dei dati trasmessi oltreoceano. I documenti verranno passati al tribunale con sede a Lussemburgo a fine mese. Uno dei legali di Facebook, Paul Gallagher, ha già confermato che il social network seguirà da vicino il caso.