La proposizione open source fa parte delle radici originarie di Red Hat fin dal 1993 ed è rimasta al centro di tutti i successivi sviluppi, passati dalla modernizzazione dei data center all’era del cloud computing fino all’attuale trasformazione digitale rivista alla luce degli effetti post-Covid.

Proprio l’adozione del cloud ha creato la strada per l’adozione di modelli di sviluppo più agili e flessibili, fungendo da motore per le tecnologie aperte e facendo di Red Hat il principale attore del comparto, con una copertura oggi del 90% sulle aziende Fortune 500 e un volume d’affari arrivato oltre i 3 miliardi di dollari nel 2019 (prima azienda open source-defined a raggiungere questo traguardo).

Questa prima parte del 2020 è stata pesantemente condizionata dalla diffusione della pandemia e dai lockdown ancora non del tutto superati: “Pur nelle difficoltà che tutti condividiamo, riscontriamo come le aziende stiano in buona misura accelerando iniziative che avevano già in cantiere o allo studio”, si sbilancia Gianni Anguilletti, regional director dell’area mediterranea. “Ci sono tre abilitatori tecnologici che possono indirizzare queste esigenze, ovvero i framework per gli sviluppi cloud-native, le infrastrutture ibride e gli strumenti per la gestione e automazione di ambienti informatici”.

Nella visione del vendor, l’approccio open hybrid cloud va oltre la tecnologia e si allarga ai processi, alle culture e alla trasformazione. Le ultime novità presentate al Summit (in versione giocoforza digitale) di aprile vanno in questa direzione, con la rapida integrazione di elementi come l’intelligenza artificiale, l’edge computing e i motori collaborativi.

Gianni Anguilletti e Rodolfo Falcone, regional director Mediterraneo e country manager Italy di Red Hat

Ma la vera sfida evolutiva per Red Hat sta nel farsi accettare non più come semplice fornitore di uno stack tecnologico pur completo per gestire dal punto di vista infrastrutturale la trasformazione digitale, ma nel diventare un vero e proprio trusted advisor per i clienti: “In questi tempi, essere open source significa soprattutto non essere soli, ma far parte di una comunità e beneficiare della condivisione di esperienze”, rimarca il country manager Rodolfo Falcone. “Noi stessi non abbiamo avuto interruzioni, grazie a piani di continuità avviati da tempo e regolarmente testati anche in periodi di tranquillità. Mettiamo anche questo tipo di competenza a disposizione di aziende che, come abbiamo potuto verificare direttamente, hanno creato uffici specifici per la business continuity e comitati di risk management”.

Le ambizioni del leader dell’open source sono corroborate da stime come quelle di Idc, che testimoniano come il 77% delle società si attenda per il 2020 un calo delle revenue, ma solo il 28% abbia previsto di ridurre il budget It: “Videoconferenza, accesso remoto sicuro, formazione a distanza e workspace virtuali sono driver oggi primari per la spesa”, aggiunge Falcone.

In Italia, in modo particolare, la focalizzazione sarà più spinta sulla fascia mediana del mercato e punterà anche sull’espansione dell’ecosistema dei partner, tanto in direzione dei grandi system integrator quanto dei local reseller. Sullo sfondo resta la fusione con Ibm, ormai a un anno e mezzo dall’annuncio: “Sulla nostra autonomia, i dubbi dovrebbero essere stati fugati”, riprende Angulletti. “I benefici sinergici sono ormai altrettanto evidenti, basti pensare al fatto che oltre 2.200 clienti utilizzano già soluzioni containerizzate comuni, la strategia di modernizzazione cloud è definita in modo standardizzato su OpenShift e abbiamo già raggiunto, prima del previsto, l’aumento del flusso di cassa, oltre a una crescita confermatasi al 20% per il primo trimestre di quest’anno”.