L’open source è sempre più tra i pensieri delle grandi aziende tecnologiche un tempo sinonimo di software “proprietario”, come Microsoft, Ibm, Google e Intel. E oltre che tra i pensieri è negli investimenti, come dimostrato platealmente dai 7,5 miliardi di dollari spesi l’anno scorso dalla società di Redmond per comprare la piattaforma GitHub, uno tra le principali risorse di codice aperto per gli sviluppatori di tutto il mondo. Dimostrazione ancor più plateale è poi stata, quest’anno, l’enorme cifra di 34 miliardi di dollari con cui Ibm ha messo le mani su Red Hat, interessata però soprattutto alle opportunità del cloud computing più che a quelle dell’open source.

 

Ora un nuovo studio di CB Insights evidenzia la crescita di valore di questo mercato, che non movimenta soltanto idee e innovazione condivisa ma anche soldi. Il valore dei servizi open source a livello mondiale quest’anno supererà i 17 miliardi di dollari, secondo le stime della società di ricerca, per poi quasi raddoppiare, a 33 miliardi di dollari, nel 2022. 

 

Come fare soldi con l’open source
Vero è, sottolinea CB Insights, che la maggior parte dei progetti open source non nasce con l’intento di fare soldi bensì di risolvere problemi di varia natura e portata, sperimentati dagli sviluppatori o più generali. Se però il progetto cresce, dimostrando di saper risolvere quel problema, i suoi autori possono iniziare a trarne profitto vendendo servizi di tipo enterprise. La tecnologia potrà anche essere gratuita  e liberamente accessibile, ma le aziende sono tendenzialmente disposte a pagare per una serie di servizi di contorno: risoluzione dei problemi e delle vulnerabilità, assistenza dedicata, manutenzione e sviluppo del software negli anni. In sostanza, una serie di “assicurazioni” sul buon funzionamento, sulla sicurezza e sulla longevità delle tecnologie open source usate in azienda. 

 

Un altro modello di monetizzazione è quello che CB Insights chiama “open-core”: una commistione tra software aperto e software proprietario. Sull’open source si fondano le componenti centrali della soluzione, mentre le funzionalità aggiuntive e le personalizzazioni si basano su software proprietario e si pagano. Volendo scendere nel dettaglio, esistono diverse varianti di questo modello, in cui l’una e l’altra componente hanno un peso maggiore o minore. Esempi di software house che fanno profitti con l’open-core sono Docker (distribuzione e gestione delle applicazioni nei container), Elastic (il principale progetto, il server di ricerca Elasticsearch, l’anno scorso ha superato i 250 milioni di download), GitLab (repository e piattaforma per il DevOps, simile a GitHub), MongoDB (motore per database) e Redis (un database eseguibile nella memoria Ram, creato dal siciliano Salvatore Sanfilippo).

 

 

Il codice “libero” si fa strada nelle aziende

Un recente sondaggio di RedHat ha evidenziato che sono ormai pochissime le aziende disinteressate all’open source: su 950 interpellate, solo per l’1% queste tecnologie sono irrilevanti, mentre per il 10% sono “vagamente importanti”, per il 20% sono “importanti”, per il 40% lo sono “molto” e per il 29% lo sono “estremamente”. Il codice software aperto viene impiegato principalmente nello sviluppo Web, negli strumenti di gestione del cloud, nella sicurezza informatica, nelle attività di analytics e nei database. Il 68% delle aziende ha aumentato il ricorso all’open source nell’arco dei dodici mesi precedenti all’indagine.

 

I creatori dell’open source

Oggi come oggi, la principale fonte di idee e tecnologie racchiusi in progetti è GitHub: qui confluiscono i contributi di 30 milioni di sviluppatori. Tradizionalmente, l’open source è stata la filosofia dei tiratori liberi, di svilupptori freelance, ma oggi non è più così. Alcuni grandi colossi della Silicon Valley e dell’area di Seattle sono calderoni di progetti: su tutti spicca Microsoft, con 7.700 contributori (merito, certo, dell’acquisizione di GitHub), ma si difendono anche Google (5.500), Red Hat (3.300), Intel (2.200) e Facebook (1.700).