Negare la proprietà intellettuale su Java sarebbe come fare a pezzi ogni principio sulla protezione del copyright. Con questa argomentazione, a inizio settimana, Oracle si è rivolta alla Corte Suprema degli Stati Uniti per chiedere di non procedere con la richiesta di riesame avanzata da Google relativamente alla disputa sulle Api di Java sfruttate in Android. “Considerare indifendibili  le migliaia di linee di codice copiate da Google significherebbe spogliare ogni codice dalla protezione del copyright”, si legge nella domanda scritta inviata da Oracle.

La vicenda risale al 2010, quando la società di Redwood Shore accusò Google di aver usato all’interno di Android 37 Api di Java protette da brevetto. Due anni dopo un tribunale di San Francisco, ascoltati sul bancone dei testimoni anche gli amministratori delegati Larry Ellison e Larry Page, diede ragione ai creatori del robottino, mentre nel maggio di quest’anno la sentenza è stata ribaltata in appello.

Davanti alla richiesta di 1 miliardo di dollari di risarcimento da pagare, Google non è rimasta con le mani in mano e ha interpellato la Corte Suprema. L’argomentazione di Big G a difesa dell’utilizzo “libero” del codice Java risiede nella popolarità del linguaggio di programmazione e di alcune delle sue Api, talmente diffuse da non poter essere considerate una proprietà privata. Talmente diffuse, inoltre, da non poter fare a meno di utilizzarle all’interno di un sistema operativo come Android.

Oracle, evidentemente, è di parere opposto. Per gli avvocati firmatari della petizione alla Corte Suprema, “indubbiamente Google sarebbe stata libera di scrivere il proprio codice per ottenere le medesime funzioni”, ma ha invece preferito la strada del plagio. Ricordiamo che l’acquisto di Java, nel 2010 da Microsystems, era costato a Oracle la bellezza di 7,4 miliardi di dollari: più che naturale, dunque, che l’azienda stia cercando di non regalare a Google i frutti dei propri investimenti.