Non dai soli profitti si giudica il business di una grande azienda, come da 19 edizioni vuol dimostrare lo studio “Guide to Greener Electronics” di Greenpeace. L'annuale “pagella verde” dell'autorità ecologista ha attribuito buoni voti a Apple, ma non lo stesso si può dire di molti suoi concorrenti. Dell, Microsoft, Hp e Lenovo sfiorano la sufficienza, mentre Google, Microsoft, Samsung, Huawei, Asus, Acer ed Lg si meritano una “D”, poco più o poco meno. Ancora peggio, una “F”, è il risultato che pone Amazon nello stesso gruppo degli “inquinanti” asiatici Xiaomi, Oppo e Vivo.

Le valutazioni risultano dalla media di diversi punteggi relativi ad altrettante variabili, e riassumibili in tre categorie: energia (cioè riduzione dell'emissione dai gas serra attraverso efficenze e ricorso a fonti rinnovabili), consumo di risorse (progettazione sostenibile e uso di materiali riciclati) e sostanze chimiche (la loro eliminazione sia dai processi di fabbricazione, sia dai prodotti stessi, e la trasparenza sul loro utilizzo).

Il voto migliore spetta a Fairphone, fondazione olandese che commercializza uno smartphone modulare "equo e solidale", prodotto in parte con materiali riciclati (non solo plastica, ma anche rame e tungsteno) e nel rispetto dei diritti dei lavoratori.

 

 


Pregi e difetti della Mela
Naturale, perciò, che chi opera su queste basi abbia ottenuto da Greepeace una bella “B”, fungendo da esempio cui tendere. Stupisce, piuttosto, la “B-” meritata da Apple in virtù della sua trasparenza sui materiali chimici impiegati nei dispositivi (oltre a lei, si impegano in questo senso solo Dell, Google, Hp e Microsoft), all'impegno a raggiungere l'ecosostenibilità completa per i propri data center (non diversamente da Google, e Facebook) e all'impegno a rendere al 100% la propria supply chain, dunque anche le attività di fabbricazione dei Mac, degli iPhone e degli iPad. E in questo Apple è unica tra le 17 aziende considerate dal report.

A Cupertino ci sarebbe comunque qualcosa da rimproverare. Secondo la Joint Commission on Public Ethics dello Stato di New York, Apple (e con lei Verizon, Toyota, Lexmark e altre aziende di diversi settori) avrebbero esercitato pressioni di lobby per osteggiare il Fair Repair Act negli undici Stati fedearli in cui è stato approvato e per impedirne l'approvazione in altri territori Usa. Si tratta di una legislazione che impone ai produttori di tecnologie hardware di vendere componenti di ricambio rendendoli facilmente disponibili a tutti i consumatori, e che vieta il “software lock” (cioè la limitazione delle riparazioni entro circuiti chiusi). All'obsolescenza programmata e ai ricavi delle riparazioni, insomma, in pochi sono disposti a rinunciare. Greenpeace, in ogni caso, non ignora queste responsabilità di Apple e le affibbia una “D” in relazione alle politiche di design sostenibile e riduzione delle risorse.

 

Alcuni dei piazzamenti della "Greener Guide" di quest'anno; in alto, un rendering del futuro data center Apple della Contea di Galway, totalmente ecosostenibile

 

Ben lontani dall'optimum
Il punteggio complessivo dell'azienda di Tim Cook è comunque oro colato rispetto alle pagelle della concorrenza: come si diceva, Apple è l'unica fra le 17 a essersi impegnata a rendere sostenibile al 100% la propria supply chain. Perché è importante? L'impatto ambientale di un prodotto tecnologico in termini di emissioni di gas inquinanti, sottolinea Greenpeace, deriva dalle fasi di manifattura in una misura compresa fra il 70% e l'80%. Solo la metà delle aziende osservate nel report, inoltre, ha già impostato degli obiettivi di impiego di energia rinnovabile per le proprie operations, e ciò appare particolarmente preoccupante se si pensa che (sula base di dati di produzione e vendita) nel 2016 la somma delle emissioni di CO2 delle 17 società ha superato i 103 milioni di tonnellate, ovvero quanto prodotto dall'intera Repubblica Ceca in un anno.

 

Problemi di trasparenza
Fra le 17 aziende sotto la lente, soltanto sei rendono pubblica la lista dei propri fornitori e soltanto Fairphone e Dell entrano nei dettagli dei prodotti e servizi offerti da ciascuno, ed è abbastanza per parlare di una generalizzata mancata trasparenza. Alcuni comportamenti, poi, spiccano in negativo più di altri. Per alimentare le proprie attività di produzione di dispositivi finiti e di componenti da rivendere, Samsung impiega appena l'1% di energie rinnovabili, mentre i cinesi Huawei, Oppo e Xiaomi hanno ottenuto punteggi bassi in tutte e tre le categorie di variabili.

Sempre più leader nel mercato degli smartphone, certo non brillano per rispetto dell'ambiente. C'è poi un bocciato clamoroso e occidentalissimo, Amazon: l'impegno nella costruzione di data center “verdi” non basta per bilanciare le mancanza di trasparenza su quali e quanti materiali riciclati vengano impiegati per produrre gli e-book reader Kindle, i tablet Kindle Fire, gli speaker della gamma Echo e altri dispositivi.

 

 

L'innovazione non si misura in pixel
“I problemi di inquinamento creati lungo la complessa supply chain non si risolveranno dall'oggi al domani, ma bisogna cominciare subito”, ammonisce Greenpeace, ammettendo peraltro l'esistenza di parecchie falle nelle attuali procedure di audit. Per quest'anno, secondo non recentissimi calcoli, si stima saranno prodotti 65 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, una mole destinata quasi completamente a non trovare una seconda vita. Soltanto il 16% dei materiali di e-waste, infatti, viene riciclato e utilizzato nuovamente. Chi progetta e realizza prodotti tecnologici deve tenere presenti questi impatti e, scrive Greenpeace, cominciare a considerare “il crescente desiderio delle persone che liinnovazione non venga definita da qualche millimetro in meno o pixel in più, ma dal modo in cui i dispositivi vengono realizzati: con energie rinnovabili, materiali riciclabili e design fatti per durare nel tempo”.