Si dice oggi che tutte le principali trasformazioni in atto nelle aziende siano in qualche modo data-driven. La terra promessa dell’industria 4.0, la diffusione dell’IoT o le pratiche connesse al miglioramento della customer experience sono solo alcuni dei temi oggi sul tavolo dei manager a ogni livello. E tutti fanno leva sulla capacità di raccogliere, analizzare e interpretare dati di varia provenienza, possibilmente facendoli diventare un fattore produttivo e un reale supporto alle decisioni. Per passare dal semplice rilascio di informazioni, tipicamente assicurato dai tradizionali strumenti di business intelligence, alla conoscenza utile per trarre indicazioni, Idc ha identificato alcuni fattori di successo. L’utilizzo di tecnologie predittive è un elemento chiave della trasformazione, ma altrettanto lo sono la capacità di legare insieme fonti di dati strutturati e non, una data governance completa e, soprattutto, una cultura organizzativa pronta a fare delle informazioni un fattore competitivo.

Per capire come si collochino le imprese italiane rispetto a questo scenario di riferimento, il ricercatore ha realizzato uno studio basato su un campione di 172 realtà di classe enterprise: “Abbiamo innanzitutto individuato quattro stadi di avanzamento possibili”, spiega Giancarlo Vercellino, research manager di Idc Italia. Il primo coinvolge le realtà che hanno compreso di dover procedere in direzione della trasformazione digitale, ma ancora non sanno come fare. Il secondo riguarda i soggetti che sono fortemente orientati all’automazione dei processi e, quindi, vedono gli strumenti di Big Data & analytics solo come mezzo per supportare il loro obiettivo principale. Ai livelli più elevati si pongono le aziende che hanno già integrato tecnologie analitiche, distinguendo però quelle che cercano vantaggi nell’immediato da quelle che, invece, hanno impostato strategie di lungo termine”.

 

Giancarlo Vercellino, research manager di Idc Italia

 

Il 43% delle imprese analizzate si colloca al primo stadio, mentre, all’estremo opposto, solo il 9% appare impegnato in processi di profonda trasformazione digitale, fatto anche di periodiche riorganizzazioni e volontà di competere sul terreno dell’innovazione nel tempo. In mezzo, il 25% rientra nella seconda fascia e il 23% nella terza.

I settori del commercio al dettaglio e all’ingrosso, che paradossalmente sono fra quelli che dovrebbero maggiormente beneficiare dell’utilizzo di strumenti analitici e predittivi, appaiono invece i più arretrati, insieme alla Pubblica Amministrazione”, fa notare Vercellino. Il problema per loro risiede nella necessità di far evolvere radicalmente anche il modello di business e questo per ora rappresenta uno scoglio. Certamente più avanti si trovano i comparti Tcu (trasporti, comunicazioni e utilities) e servizi, mentre manufacturing e finance appaiono in linea con la media generale”.

 

 

Le realtà che utilizzano strumenti analitici per ricavarne un valore di lungo periodo hanno certamente messo a fuoco un numero superiore di priorità, in allineamento con le esigenze del business, sulle quali hanno modellato anche le proprie scelte tecnologiche, ad esempio rinnovando le infrastrutture o gestendo ambienti ibridi per ottenere effetti sulla customer satisfaction, lo sviluppo di nuovi mercato o la produttività del personale. Diverso è il discorso per la maggioranza ancora bloccata allo stadio della pura riflessione, dove una prossimità alle priorità dei manager si ottiene solo su fronti più tradizionali, come la riduzione dei costi It o la sicurezza.