Il capitombolo alla fine c’è stato: Facebook inizia a patire le conseguenze del caso Cambridge Analytica e del giro di vite sulla privacy  anche dal punto di vista finanziario, dopo il danno d’immagine che ha costretto Mark Zuckerberg a una ripetuta opera di mea culpa. Mentre i conti del primo trimestre ancora non recavano traccia dell’impennata delle spese e del calo di profitti, ad aprile, maggio e giugno la società di Menlo Park non ha soddisfatto le attese degli analisti, pur continuando a crescere. Il numero degli utenti attivi su base mensile è infatti salito, anno su anno dell’11%,a 2,23 miliardi in questo secondo trimestre, ma non ha raggiunto la soglia dei 2,25 miliardi stimata dagli analisti; lo stesso si dica per gli utenti attivi giornalieri, in media 1,47 miliardi invece di 1,49 miliardi. Va detto (come si legge ai piedi della tabella) che sui conteggi pesa in negativo il passaggio a una diversa definizione di "utente attivo" voluto dalla Security Exchange Commission statunitense.

 

 

 

Il problema è anche altrove, perché alla voce “costi e spese” si nota un’impennata del 50%, dai 4,92 miliardi di dollari del secondo trimestre 2017 ai quasi 7,37 miliardi di un anno dopo. Il fatturato trimestrale è stato il migliore di sempre, 13,23 miliardi di dollari, ma ben al di sotto della stima da 13,34 miliardi fatta dagli analisti di Wall Street. Il margine di profitto operativo, di conseguenza, è calato dal 47% al 44% e il peggio deve ancora arrivare: per ammissione del chief financial officer David Wehner, questo valore è destinato a sprofondare, collocandosi intorno al 35%, per i prossimi due anni almeno, mentre Instagram non sarà intaccato da questa dinamica.

 

In Borsa il titolo di Facebook è calato di oltre il 20% (con picchi del 24%) nella contrattazione after-hours, il che equivale a dire che in un batter d'occhio ha perso quasi un quarto del suo valore e che un miliardo di dollari sono stati “bruciati”. Appare ormai evidente come lo scandalo degli irregolari permessi di accesso ai dati concessi (per distrazione, dice Zuckerberg) a Cambridge Analytica sia destinato ad avere conseguenze di lungo termine. Da allora l'azienda californiana sta sottoponendo a revisione anche altre società di digital marketing, addirittura le insospettabili come Crimson Hexagon. A tutto ciò si somma forse, come notano alcuni analisti, un fisiologico rallentamento che preclude all'effetto saturazione. Se poi, scoraggiati da nuovi timori sulla privacy, gli utenti dovessero ridurre la quantità e qualità dei dati condivisi sui social media, allora anche le opportunità di introiti pubblicitari caleranno.

 

 

 

 

Per ora non si può dire che Facebook sia un colosso in declino, anzi, perché come si diceva il trimestre ha segnato un record in numeri assoluti per quanto riguarda i ricavi. Il mobile advertising ha rappresentato il 91% del valore delle attività pubblicitarie (quota in crescita rispetto all'87% del primo trimestre). Aumenta anche il numero dei dipendenti: a fine giugno se ne contavano 30.275, ben il 47% in più rispetto a un anno prima. Nel commento di rito, la dichiarazione scritta di Zuckerberg si limita a rimarcare che “la nostra community e il nostro business continuano a crescere rapidamente. Ci impegneremo a investire per proteggere le persone e per creare nuovi modi significativi per aiutare le persone a restare connesse”.